Gazzetta di Reggio

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Con noi in dieci fabbriche del sapere

Stefano Scansani
Con noi in dieci fabbriche del sapere

L'editoriale del direttore della Gazzetta, Stefano Scansani, per il lancio di "Visite Clandestine": un viaggio in incognito fra i luoghi dell'arte presenti in città

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REGGIO EMILIA. Visite clandestine ai musei della città di Reggio. Il titolo che abbiamo imposto alla serie di inchieste che oggi la Gazzetta inaugura non ha la pretesa di creare suspense del tipo Belfagor il fantasma del Louvre o di programmare colpi di scena alla maniera di Night at the Museum.

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Il nostro non è uno sceneggiato e neanche un film. Semplicemente e turisticamente visitiamo i musei cittadini e li descriviamo come farebbe un visitatore (curioso, esigente, spietato) al ritorno a casa, con amici e parenti: «Sono stato a Reggio, vi consiglio di vedere..., non vi consiglio di andare…».

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Sta di fatto che i maggiori promotori o più pericolosi critici sono proprio i turisti e la loro testimonianza. Che rimbalza e si propaga. E non c'è depliant che tenga, guida che spieghi, campagna che spinga.

Stavolta giornalista fa rima con turista. Una volta la settimana la Gazzetta di Reggio visita in clandestinità – il cronista non si qualifica – una struttura museale da capo a fondo. Cioè il giudizio non si limita ai materiali esposti e all'allestimento vecchio o nuovo, da wunderkammer o hi-tech che sia, ma si espande a personale, orari, biglietteria, accoglienza, materiale informativo, qualità delle informazioni, fino a illuminazione e pulizia, stato dei servizi (toilette compresa).

Pignoli, vero? Certo, perché i musei per quel che sono e quel che fanno sono fabbriche o, almeno, potrebbero diventare aziende produttive, se esistesse una rete.

Provo a scrivere filiera, parola alla moda, che non vale solo per il Parmigiano Reggiano, la coscia che diventa prosciutto, l'uva che si trasformerà in Lambrusco, o l'acciaio e il talento che si mutano in ingranaggio di precisione.

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I musei vanno intesi non come depositi disponibili alla vista, bensì come luoghi dinamici che fabbricano continuamente conoscenza. È il caso, ad esempio, di Palazzo san Francesco, il poli-museo della città, dove coabita l'armadione vetrato ottocentesco zeppo di bestie impagliate o sotto formalina con la romanità reggiana ricostruita in 3D.

Dunque il museo del museo, e il museo venturo. Formula bella da enunciare, ma difficile da saldare attraverso una connessione che dovrebbe essere fatta di percorsi attraenti, spiegazioni immediate, dotazioni interattive.
Ma siccome il giornalista-turista si accontenta anche di piccole e concrete cose, la Gazzetta da oggi fotografa l'esistente, il buono l'insufficiente, l'inaspettato, il bello, l’insopportabile.

E comincia proprio dai Musei Civici di Palazzo San Francesco. In seguito, in ordine sparso così da non preavvisare, toccherà al Museo della Storia della Psichiatria, al Museo del Tricolore, alla Galleria Parmeggiani, allo Spazio Gerra, alla Collezione Maramotti, al Museo Diocesano, alla Casa dei Burattini di Otello Sarzi, a Palazzo Magnani, alla basilica della Ghiara. Dieci realtà pubbliche e private.

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Oltre all'analisi dettagliata dei musei, delle gallerie e, in un caso, della chiesa, ogni paginone darà un voto di sintesi alla struttura nel suo insieme. Da zero a 10. Chiaro. Ma a che serve questa serie d'inchieste?
A delineare un quadro dello stato delle nostre fabbriche del sapere, così come ci capita di fare pressoché ogni giorno occupandoci di storie, produzioni, occupazioni, crisi, successi e bilanci delle aziende industriali, artigianali, commerciali, agricole, dei servizi, della cooperazione, nelle pagine economiche.

L'obiettivo è collocare anche la cultura (di conseguenza il turismo anche interno) tra le voci che costituiscono Reggio Emilia. Se per la sensibilità degli antichi greci le biblioteche sono ancora oggi ospedali dell'anima, i musei invece rappresentano luoghi di formazione permanente. Posti nei quali i pazienti e i frequentatori si chiamo cittadini.

Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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