Palazzo San Francesco, un labirinto di storia ma senza segnaletica
Reggio Emilia, la vastità di oggetti in mostra ai Musei Civici lascia senza fiato e sprona a porsi domande.
Tuttavia il rischio è di perdersi tra un mosaico e un feto in formaldeide
REGGIO EMILIA. I Musei Civici di Reggio hanno un sapore antico: non solo per le collezioni – la maggior parte delle quali risale all’800 – ma anche per le teche di legno che accompagnano i visitatori nei lunghi corridoi di storia. E questo non è un male. Per i bambini, ad esempio, visitare Palazzo San Francesco potrebbe diventare divertente quanto andare al cinema a vedere Harry Potter. Potrebbe. Perché nonostante la ricchezza delle collezioni e la precisione degli opuscoli informativi, manca un intervento moderno che trasformi la storia in materia interattiva. E che renda più facile la visita. Spremersi le meningi è sempre cosa buona e giusta, ma un binario da seguire deve esserci. Il rischio, altrimenti, è che il visitatore si perda cercando di capire perché una tomba nel Neolitico è vicino a tipì indiani, e la curiosità lasci il posto all’inerte noia. Basterebbero forse dei pannelli, accattivanti e abbastanza grandi da essere letti, che diano una mano ai turisti in assenza di guide. Turisti che, anche questo è da dire, forse visiterebbero i musei al pomeriggio e di sera, non al mattino.
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IL TOUR. Cosa succede se si decide di trascorrere una domenica mattina ai Musei Civici? Ci si perde. Nel bene e nel male. Al primo piano di Palazzo San Francesco, infatti, si trovano le porte di incredibili mondi paralleli: le fatiche di Lazzaro Spallanzani, i reperti archeologici della Reggio romana, la sezione di paletnologia di Gaetano Chierici, e poi il Portico dei Marmi, le collezioni di anatomia, botanica, zoologia ed etnografia. Peccato che, senza una guida – e la domenica mattina, di “ciceroni” non ce n’è – tutta questa ricchezza diventi quasi sconcertante. E non bastano gli opuscoli, seppur precisi e accattivanti, per ritrovarsi.
PRONTI, PARTENZA, VIA. Appena entrati ci accoglie il sorriso di una dipendente che ci dà una bella notizia – «L’ingresso è gratuito» – e ci mette in mano una mappa del palazzo. Il terzo piano, tuttavia, è off limits a causa di un allestimento in corso, e al secondo è visitabile soltanto la mostra “Gli Etruschi e gli altri”. Un attimo di sconforto, poi facciamo spallucce e ci prepariamo alla conquista dell’unico piano interamente visitabile. Tanto la sezione dedicata alla Reggio romana, quella che forse più di tutto ci attrae, si trova proprio lì.
MUSEO SPALLANZANI. Oltrepassati l’Atrio dei Mosaici, la libreria e lo studiolo, ci infiliamo in uno dei capitoli più affascinanti della storia di Reggio Emilia. Quello che ha per protagonista Lazzaro Spallanzani (Scandiano 1729-Pavia 1799) e le sue incredibili scoperte scientifiche. Anche grazie a lui, si legge nell’opuscolo che si può prendere gratuitamente nella sala, si sviluppò «quell’evoluzione del pensiero e del metodo scientifico che, nel “secolo dei lumi”, ha condotto dalla “filosofia naturalistica” alla nascita delle scienze moderne». E dispiace, sinceramente, non trovare grossi pannelli – magari tradotti anche in inglese e altre lingue straniere – che raccontino la vita di questo scienziato ante litteram, le sue battaglie, le sue sconfitte. Nell’opuscolo, tuttavia, la collezione è descritta con dovizia di particolari (e c’è pure la traduzione in inglese), quindi, dopo aver notato – in mezzo a erbari, fossili e animali disposti secondo il metodo di Linneo, in voga nel 1700 – alcuni feti umani in vasi di formaldeide, e aver sfiorato l’eroismo senza eguali di Spallanzani, proseguiamo il nostro giro del mondo in... 16 stanze.
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COLLEZIONI DALLA A ALLA Z. Camminare speditamente, via via che si prosegue, è praticamente impossibile. I lunghi corridoi di Palazzo San Francesco sono accompagnati, su entrambi i lati, da vetrine dal sapore antico. Ogni teca, ogni mensola, meriterebbero una sosta approfondita. Gli occhi vagano – un po’ spaesati – da archi, frecce e pelli di guanaco provenienti dalla Terra del Fuoco, a oggetti e suppellettili della verde Amazzonia. C’è addirittura una canoa – così piccola per noi occidentali moderni – dei Paumary, tribù del Rio Purùs. Quando si arriva alla sezione dedicata all’etnia Luba del Congo, occupata principalmente da armi e scudi, ancora una volta viene da pensare a quanto sarebbe interessante avere grossi pannelli che fungessero da guida in assenza delle guide. La storia di questi reperti – almeno così è parso a noi – è muta. E quanto sarebbe bello poterle dare voce, unendo, magari, popoli ed etnie diverse attraverso un confronto (anche visivo, perché no?).
La sala di anatomia e teratologia, dedicata a Paolo Assalini (1759-1846), dovrebbe essere un passaggio obbligato. Per tutti. Agnelli e mucche nati deformi, maialini e animaletti siamesi (nel senso di gemelli attaccati: per il collo, per il naso, per la testa) e poi feti a diversi stadi di sviluppo, l’apparato digerente di un tacchino, viscere preparate a secco, “la cuffia di cui nacque coperto Domenico Pacchioni” e lo studio anatomico dell’apparato cardiocircolatorio di un fanciullo. Se il progresso ha un volto, lo si trova esposto qui. E il nostro mondo ne è solo un tardivo riflesso.
La collezione di zoologia è la preferita dai bambini, che saltellano da un animale all’altro facendosi fotografare di fianco al grande orso bruno o alle gazzelle. Il più amato – e conosciuto – è senza dubbio il coccodrillo del Nilo, che accoglie i visitatori a bocca spalancata. Anche qui, passare dalle raccolte africane del barone Raimondo Franchetti (1889-1935) alla collezione sistematica (animali invertebrati, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi) fino alle esposizioni di fauna locale, è faticoso. Nell’opuscolo dedicato alla zoologia si legge, sì, che nella collina e media montagna reggiana «tra i mammiferi di maggior taglia spiccano tasso, volpe e istrice», o che la campagna è popolata da fagiani, starne e lepri, ma ancora una volta dispiace non vedere un intervento moderno – con pannelli pensati per bambini – che racconti anche le caratteristiche dell’animale, dove vive e come, quanto è stato, o è, disturbato dall’uomo e via dicendo.
Nella galleria di paletnologia si vestono i panni dell’Indiana Jones nostrano: Gaetano Chierici (1819-1886). Qui si trovano le nostre radici, dal Paleolitico Inferiore (circa 200 mila anni or sono) ai resti dell’Etruria padana (V secolo a.C.). Vedere gli strumenti – chiaramente rudimentali essendo dell’800 – con cui Chierici svolgeva il suo lavoro di ricerca dà un brivido di piacere. Infine un rimpianto: ci sarebbe piaciuto vedere un confronto tra la teoria di Darwin – da Chierici sconfessata, come si legge nell’opuscolo – e quella del sacerdote...
IL PORTICO DEI MARMI. L’ala meridionale del chiostro – che accoglie la seconda sezione del museo di Gaetano Chierici – si apre maestosa, illuminata da ampie finestre che danno sul cortile. Il senso di pace ispirato dalla luce, però, lascia presto il posto allo scoramento: orientarsi, qui, è davvero impossibile. Non resta che passare da un capitello a una tomba, lasciando la galleria con tanti interrogativi irrisolti.
REGIUM ROMANA. Il fiore all’occhiello dei Musei non delude. Nel senso che, ormai, siamo abituati ad “arrangiarci”. E così, tra l’estasi provocata da alcuni reperti e la curiosità inappagata derivante dalla scarsità di spiegazioni, arriviamo alle postazioni 3D: indossiamo gli occhialoni – che non profumano – e ci perdiamo in un passato senza nomi né indicazioni. Qual è la strada su cui stiamo “volando”? Che edificio è quello che stiamo attraversando? Dove ci troviamo?
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