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Aemilia, le nuove rivelazioni del pentito: «Sui lavori al sud il boss voleva il 5%»

di Enrico Lorenzo Tidona
Aemilia, le nuove rivelazioni del pentito: «Sui lavori al sud il boss voleva il 5%»

Giuseppe Giglio svela altri retroscena alla procura antimafia di Bologna: dai pestaggi ai debitori fino ai soldi investiti da Nicolino Grande Aracri a Reggio

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REGGIO EMILIA  I guadagni dovevano essere condivisi con il boss, i debiti dovevano essere pagati altrimenti erano botte da orbi e fidarsi anche dei parenti poteva essere un passo azzardato, visto che i raggiri avvenivano anche in famiglia.

È una frazione dell’universo costellato da crimini e di vittime (spesso silenti) ricostruito nei nuovi interrogatori del pentito Giuseppe Giglio, per tutti “Pino”, imprenditore nato 49 anni fa a Crotone ma con casa, affari e famiglia in pianta stabile a Montecchio Emilia, già condannato in primo grado con rito abbreviato nel processo Aemilia a 12 anni e 6 mesi, considerato una delle casseforti del clan che fa riferimento al boss cutrese Nicolino Grande Aracri e figura chiave ora del processo che si sta celebrando a Reggio.

Giglio, infatti, è un pentito di mafia: ha deciso di collaborare con la giustizia poco prima della prima sentenza, all’inizio del 2016, aprendo una breccia nel muro di omertà della “locale emiliana”, cellula considerata autonoma sorta con il radicamento dell’organizzazione ’ndranghetista che ha il suo epicentro a Reggio Emilia e che è stata indagata nell’inchiesta Aemilia.

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Proprio al fascicolo della procura antimafia di Bologna sono ora allegati i nuovi interrogatori del pentito effettuati davanti ai pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. Brogliacci densi poi trascritti in centinaia e centinaia di pagine, in possesso ora delle parti del maxi processo, nei quali sono riportate le dichiarazioni di Giglio, imputato anche per il reato di associazione mafiosa, «essendosi posto nell’importante ruolo di gestire l’attività imprenditoriale del sodalizio», aggravante che pende sul suo capo e su quello di molti altri imputati, sulla quale gira tutto il processo.

I verbali, tutti nero su bianco, sono zeppi di omissis, coperti dal segreto e che potrebbero portare a nuovi fronti e a ulteriori conferme sulle indagini. «Pretendevano dei soldi dal Vertinelli quando aveva dei lavori giù» ha confidato Giglio il 3 marzo scorso in un passaggio dell’interrogatorio davanti ai pm. «Vertinelli Palmo – chiede il pm Mescolini – nel momento in cui prende un lavoro giù Nicolino vuole la sua parte. In quale modo?». «So che era il 5 per cento» risponde Giglio, che aveva incontrato il boss Grande Aracri a Cutro, convocato dallo stesso per parlare in almeno tre occasioni per stabilire affari e risolvere gli insoluti all’interno dell’accolita affaristica.

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Giglio, infatti, ha sempre sostenuto di non essere un affiliato («un battezzato»), bensì un punto di riferimento per lavori e fatture. Giglio, però, conosce e teme i metodi risolutivi del clan, come nel caso di Antonio Vetere, finito nel mirino di Antonio Valerio e Gaetano Blasco. Il fratello di Vetere non pagava e i due si sarebbero recati da Antonio. «Valerio lo ha pestato rompendogli qualche costola» dice Giglio ai pm.

«È una notizia che ha saputo tutta Reggio» confida, riportando poi la circostanza secondo la quale lo stesso Nicolino Grande Aracri, avrebbe investito nel ristorante Millefiori di Montecchio dei Vertinelli: un business che non stava però dando i frutti sperati.

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