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Giglio, reddito zero «ma girava in Ferrari»

Giglio, reddito zero «ma girava in Ferrari»

Il gup ricostruisce il patrimonio del “bancomat della cosca”: si intestò oltre duecento immobili

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REGGIO EMILIA. «Pino Giglio è una specie di bancomat. Paga perché vuole la tranquillità, perché loro ormai sono arrivati a un punto che camminano con la Ferrari. Pino Giglio cammina con un Ferrari nuovo, Palmo Vertinelli cammina col Ferrari..». A parlare davanti ai procuratori antimafia era il pentito Angelo Cortese, ex bocca di fuoco della ’ndrangheta, tra i rari e più profilici testimoni di mafia, in grado di dare una svolta a diversi filoni di indagine con le sue preziose ricostruzioni. Parte di queste sono alla base dell’inchiesta Aemilia, dove lo stesso Pino Giglio, imprenditore calabrese con casa a Montecchio Emilia, è figura centrale. Un uomo più defilato nel clan ma di riferimento per gli affari del boss Nicolini Grande Aracri. Giglio era un ricco con le mani bucate. Davanti agli occhi di amici e familiari era un nababbo mentre agli occhi del fisco era un indigente.

«Fino al 2002 il reddito del nucleo familiare di Giglio era pari a zero, non dichiarando redditi» scrive nella sua ricostruzione il gup Francesca Zavaglia. «Fino al 2003 il tenore di vita condotto dal nucleo familiare Giglio era del tutto incompatibile con i redditi, sostanzialmente nulli – si legge nelle motivazioni delle sentenze in abbreviato a Bologna – A partire dal 2004 la situazione è divenuta altalenante, in modo di per se stesso anomalo».

Nella disponibilità di Pino Giglio, infatti, nel 2012 erano state individuate 16 unità immobiliari riferite a persone fisiche, 229 unità immobiliari riconducibili a società, alcuni beni mobili registrati, 10 società in cui deteneva partecipazioni, 1.008 rapporti bancari con 51 istituti di credito e 39 polizze assicurative. Un patrimonio spropositato per chi, fino a poco prima, non aveva redditi evidenti, finito poi sotto sequestro destinato alla confisca.

Le sole società di Giuseppe Giglio, secondo le schede elaborate dalla guardia di finanza, risultano aver emesso fatture false per un imponibile di 9,2 milioni di euro e Iva per 2 milioni di euro. «Anche in questo caso, anche se ci si ferma alla percentuale di immediato guadagno, è di tutta evidenza come il profitto si attesti su percentuali molto elevate» scrive Zavaglia.

Infatti il clan era in grado di gestire «il reimpiego nelle frodi carosello, perpetrato attraverso la gestione di una complessa rete di società mettendo in atto un’ampia attività di fatturazione per operazioni inesistenti, che garantiva compensi pari a circa il 5-10% dell’importo fatturato». (e.l.t.)

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