Gazzetta di Reggio

Reggio

«Il clan tentò di inquinare le elezioni»

di Enrico Lorenzo Tidona
«Il clan tentò di inquinare le elezioni»

Tra le motivazioni delle pene di aprile, il giudice conferma i condizionamenti su politica, stampa e forze dell’ordine

3 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. Rapporti con la politica, la stampa e le forze dell’ordine. È uno dei capitoli più copiosi contenuti nelle 1.400 pagine delle motivazioni scritte dal giudice per l’udienza preliminare di Aemilia, Francesca Zavaglia. Motivazioni delle 75 condanne (di cui 58 in abbreviato e 17 patteggiamenti) a cui sono seguite anche 12 assoluzioni e un proscioglimento per prescrizione. Una prima tranches di sentenze del maxi processo Aemilia che per l’udienza preliminare si era svolto a Bologna, e che continua con altri 147 imputati nel rito ordinario che si sta celebrando nell’aula speciale allestita nel tribunale di Reggio Emilia. Zavaglia ha analizzato «i rapporti tra il sodalizio criminale con i poteri (politica, informazione e forze dell’ordine) che istituzionalmente ne dovrebbero contrastare l’esistenza». I rapporti con la stampa erano concentrati con il giornalista reggiano Marco Gibertini, condannato a 9 anni.

Grazie alle indagini dei carabinieri di Fiorenzuola, è stato invece possibile rilevare «plurimi tentativi di condizionamento delle competizioni elettorali emiliane degli ultimi anni, attraverso esponenti diversificati del sodalizio mafioso» scrive il giudice. Tra questi elenca Romolo Villirillo (condannato dal gup a 12 anni), Alfonso Martino (9 anni), Nicolino Sarcone (15 anni) e Alfonso Diletto (14 anni), con particolare riferimento alle elezioni comunali di Parma del 2007 e del 2012, di Salsomaggiore del 2006, di Sala Baganza del 2011, di Bibbiano e di Brescello del 2009 e di Campegine del 2012. Fatti già noti perché contenuti nell’ordinanza degli oltre 100 arresti compiuti nel gennaio del 2015, agli albori di Aemilia, ma confermati qui da un giudice che ha ricostruito i fatti ed emesso sentenze per reati a vario titolo basandosi su quanto raccolti al tempo delle 22 udienze. «L’associazione con “epicentro a Reggio Emilia” ha visto estendere la propria operatività con tentativi di inquinamento elettorale nelle elezioni politiche dei comuni» viene sentenziato, «con connesso pregiudizio».

Ma anche per quanto riguarda il rapporto con esponenti delle forze dell’ordine, dove «il rilievo è duplice, attenendo da una parte alla prova dell’esistenza e della capacità di infiltrazione della ’ndrangheta in Emilia e dall’altro alle responsabilità penali emerse a carico di taluni di costoro». Esponenti delle forze dell’ordine che a Reggio Emilia – in pochi casi limitati ma consistenti – davano una mano a criminali del calibro di Sarcone, uomo che tirava le fila delle relazioni criminali in provincia. Rapporti sotto la soglia della legalità, come nel caso del poliziotto Domenico Mesiano, condannato a 8 anni e 6 mesi. «L’infiltrazione è emersa in modo profondo e diffuso con allarmante abbassamento della soglia della percezione del disvalore dei fatti da parte di numerosi esponenti delle forze di polizia coinvolti da sodali» scrive il gup.

Per Mesiano, «fermo restando il suo diritto, è indubbio che si è difeso mentendo. La menzogna certamente più eclatante è l’addotta mancata conoscenza della storia criminale di Nicolino Sarcone, del tutto inverosimile e contraddetta in atti. Interrogazioni abusive allo Sdi, gli incontri a Cutro e l’interessamento per il rilascio del passaporto».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google