Museo della psichiatria, un gioiello storico in mezzo al nulla
Reggio Emilia, i luoghi che videro i progressi della medicina e le sofferenze dei pazienti proposti senza indicazioni di accesso, difficile arrivare al padiglione
REGGIO EMILIA. Non si sa se ti devi arrabbiare o se la devi prendere a ridere. La scelta fra le due opzioni non è facile, perché quando ti accorgi di avere fra le mani un grande patrimonio e scopri che basterebbe poco, ma davvero pochissimo, per trasformarlo in tesoro, allora ti domandi come mai non siano state prese decisioni, non siano state fatte scelte che sembrerebbero addirittura ovvie.
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E ti chiedi come è possibile che un gioiello che ci ritroviamo in tasca, perché nostro da tempo, anziché essere patrimonio di tutti debba restare visibile a pochi. Forse a quei pochi che meno ne hanno bisogno, perché magari della materia già sanno qualcosa. Per il Museo della psichiatria di Reggio Emilia c’è un solo aggettivo adatto: bellissimo. Dopodiché segue a ruota tutta una serie di problemi, a cominciare dalla sua individuazione. Non c’è un mezzo cartello che indichi al visitatore dove trovare questo museo, così che può anche capitare che, a parte quegli iniziati che ne conoscono l’esistenza, ti tocchi di girovagare in mezzo al nulla.
Mi scusi, anche lei è qui per la visita guidata al museo della psichiatria?. Inizia in questo modo l’approccio a un luogo di cultura che si trova nel perimetro del vecchio San Lazzaro e che è incardinato nel sistema dei musei del Comune di Reggio Emilia. Inizia con una persona che non riesce a trovarlo, questo museo. Esperienza comune a tanti altri.
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Appena parcheggiata la macchina in via Doberdò, di fronte alla sede delle Farmacie comunali, vengo raggiunto da una gentilissima signora che insieme al figlio sta tentando la mia stessa esperienza, cioé scoprire questo benedetto museo che pare inaccessibile già a cominciare dall’orario di apertura: dalle 16 alle 17.30, e solo il sabato. Insomma, cogli l’attimo.
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Qualche idea su dove trovare il Museo della psichiatria me l’ero fatta, perché prima di partire ero andato a guardare il sito, in verità molto scarno, che ti fornisce qualche piccola indicazione. In sostanza ti mette davanti una piantina, una specie di mappa del tesoro, dalla quale se hai qualche cognizione di topografia (e soprattutto se sei di Reggio Emilia) capisci che il museo è nel padiglione Lombroso che a sua volta fa parte del vecchio manicomio San Lazzaro; capisci che non devi entrare dall’ingresso principale dell’area ma da via Doberdò e che devi lasciare la macchina fuori dal perimetro del parco.
A quel punto cominciano i problemi, e si comprende anche perché ci sia bisogno di chiedere aiuto, come è successo alla signora che ho incontrato nel parcheggio.
CARTELLI ZERO. Non è possibile dare per scontato che tutti sappiano che il Museo della psichiatria è all’interno del padiglione Lombroso, anzi non si può dare per scontato nemmeno che tutti sappiano che esiste un padiglione Lombroso e che questo si trova dentro al San Lazzaro. Quindi non sarebbe male mettere qualche cartello, magari di quelli a fondo marrone che indicano i luoghi di arte e cultura, giusto per indirizzare il visitatore non reggiano. Ma le cose non vanno meglio nemmeno una volta oltrepassato l’ingresso del parco, perché le indicazioni per il Lombroso effettivamente ci sono, ma nulla ti spiega che è proprio dentro a quel padiglione che si trova il museo che stai cercando. La soluzione è sperare di azzeccarci. Ti metti in cammino e sulla base della piantina vista sul sito provi a orientarti. Il Lombroso alla fine non è nemmeno tanto lontano dall’entrata, anche se il tuo deve essere un atto di fiducia: devi credere fortemente di essere sulla strada giusta senza farti prendere dai dubbi e tornare indietro. Alla fine il padiglione Lombroso lo trovi, giusto dietro a quello che una volta era l’ospedale Villa Marchi e che adesso è per metà residenza degli studenti universitari.
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LA VISITA. Il Lombroso cominci a vederlo da lontano e non è che la prima impressione sia proprio fantastica. Con la sua tinta giallina ti dà l’idea di una struttura quasi fatiscente. Ma è solo un attimo, la realtà è diversa. Alle 16 del sabato sono presenti circa venti persone; possono sembrare poche, invece c’è da domandarsi come abbiano fatto in venti a sapere delle visite al Museo della psichiatria e soprattutto come abbiano fatto a trovarlo. Detto questo, finiscono le perplessità e cominciano le scoperte. Sotto al portico del padiglione l’attenzione è subito attirata da una serie di graffiti: sono le tracce lasciate da alcuni dei pazienti e si realizza all’istante che si tratta di persone traumatizzate dall’ultima guerra. Con oggetti di fortuna (forse cucchiai, forse suole di scarpe) hanno disegnato sui muri gli aerei, i carri armati, le bandiere naziste. È la testimonianza che l’uomo vuole lasciare di sé, in questo il malato del San Lazzaro ha lo stesso impulso dell’uomo primitivo che incideva le pareti delle caverne e del faraone che si faceva costruire la piramide. Anche solo questi disegni valgono la fatica fatta per trovare il museo.
Il visitatore non è abbandonato a se stesso, di fronte ad oggetti e vicende che non capirebbe. Il percorso è accompagnato da una guida altamente professionale e perfettamente preparata: Martina (apprendo poi) ha due lauree, in infermieristica e in filosofia, ha cioè tutti gli strumenti necessari a renderti partecipe di una vicenda fatta di scienza e di dolore. Il Museo della psichiatria non è un museo degli orrori: questo è il primo concetto da chiarire. Al Lombroso si parla di storia, di quella particolare storia che ha portato Reggio Emilia all’avanguardia nel trattamento dei malati di mente, già dai tempi del Duca di Modena che volle questa struttura. Dopo un primo inquadramento del periodo che vide la nascita del San Lazzaro, si passa alle testinianze dei medici e dei pazienti di fine Ottocento, proposte in filmati in una suggestiva sala video. Dietro ogni dramma, un volto.
Poi la scoperta della vita quotidiana del malato psichiatrico: dalle celle ai letti di contenimento, dalle camicie di forza alle apparecchiature per l’elettroshock, seguendo un percorso fatto di lavoro, di sofferenza, di terapia di gruppo. Gli strumenti medici proposti in visione sono suggestivi, alcuni assomigliano a oggetti di tortura ma secondo i concetti psichiatrici ottocenteschi erano solo mezzi per tutelare l’integrità fisica del paziente. Alla fine di questo percorso, con una scelta altamente simbolica, è stata esposta una vetrinetta che contiene solo la confezione di un farmaco, precisamente uno psicofarmaco, l’approdo di una ricerca partita con le cinghie di contenzione e arrivata alla chimica e alla chiusura di tutte le strutture manicomiali.
IL RITORNO. Dopo aver visto anche il piano superiore, che contiene le opere d’arte realizzate dai malati di mente e altre attrezzature mediche che oggi offrono un’immagine da reperto archeologico, la fine della visita al Museo della psichiatria e il ritorno all’aperto purtroppo non riserva una bella sorpresa. Dando le spalle al padiglione Lombroso ci si trova di fronte ad accumuli di rifiuti edili buttati al margine di quel rudere fatiscente che è quanto resta di Villa Marchi. Non proprio un belvedere, così come non sono granché gli edifici allo sfacelo che ti accompagnano fuori dal parco. Peccato.
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