Gazzetta di Reggio

Reggio

Galleria Parmeggiani: vero, falso, zero scritte. A che gioco giochiamo?

di Stefano Scansani
Galleria Parmeggiani: vero, falso, zero scritte. A che gioco giochiamo?

Reggio Emilia, capolavori e copie d’autore. Il più intrigante museo della città non decolla perché non è chiara la formula con cui visitarlo. Tipo “benvenuti nel rebus”

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REGGIO EMILIA. Questa non è una galleria. È un enorme interrogativo. E succede che Reggio Emilia non se ne accorge e quindi non approfitta delle straordinarie e uniche potenzialità della Galleria Parmeggiani. Un luogo finto che contiene pezzi e atmosfere frequentemente falsi, ma così storicizzati e preziosi, da essere comunque capolavori. Questa è la maniera per entrare e visitare l’improbabile palazzo neogotico-rinascimentale francese che col suo torrino, con la guglia in simil-oro chiude l’angolo sudovest di piazza Vittoria.

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O meglio, di corso Cairoli, 2. La Galleria Luigi e Anna Parmeggiani gioca ai quattro cantoni con il Teatro Valli e i Musei Civici dall’altra parte, e i teatri Ariosto e della Cavallerizza da questo lato. Esso incarna la più sonora dimostrazione di quello che Reggio ha, e i reggiani non sanno di avere. Ho fatto il visitatore clandestino, ma passare inosservato in questa ricostruzione di un saloon antiquario parigino della fine dell’Ottocento è ben difficile: il personale all’ingresso dà un benvenuto generoso, ma squadra, analizza, segue i visitatori con la coda dell’occhio.

LA VISITA. Dieci spazi su un solo piano. L’esposizione dei materiali - armi, costumi, pittura, scultura, fino ai tessuti - rispetta l’idea e il programma dei suoi fondatori. È un progetto che risale perlomeno agli anni Venti del Novecento, quando i coniugi Luigi ed Anna Parmeggiani tornano a Reggio e riproducono qui, in questa casa commissionata all’ingegnere Ascanio Ferrari, il loro mondo, il loro gusto, le loro esperienze maturate nella Francia collezionistica della Belle Époque. Dunque robe da matti (coscienti e raffinati). Basti pensare a che cosa ci stanno a fare le gargolle, pluviali in forma di drago, in stile Notre Dame o il portale quattrocentesco di Palazzo Morel di Valencia a dire benvenuti.

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VELASQUEZ, ANZI NO
Benvenuti nell’enigma. Basti soltanto un primo esempio, cioè un solo caso. Nel salone centrale è esposto un dipinto col ritratto del principe Baltasar Carlos, olio su tela 50x84, attribuito a Sebastian Herrera Barnueva, con un bel punto di domanda fra parentesi. Questo dipinto, per la sua collocazione, è aggirabile, cioè è visibile il suo retro. Qui c’è il cartellino che in tempi parmeggianiani venne applicato. Leggete bene: “Titolo dell’opera L’Infante Don Baldassarre Carlo. Autore: Velasquez”.
Caspita! Chi esagera? Chi sbaglia? Chi ha ragione? Parmeggiani etichettava come voleva, abbagliando-illudendo, ma si intuisce lontano un chilometro che Velasquez non c’entra, come garantisce il cartellino contemporaneo. Ecco quindi dove sono i gravi difetti di questa esposizione comunale: non viene preliminarmente spiegato a che gioco giochiamo (quello messo in campo dal collezionista e quello scientifico di oggi). Perché in un museo bisogna entrare con una sintonia, un’intonazione una disponibilità. Meglio ancora attraverso una grammatica con la quale lasciarsi guidare, riuscire a capire.

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NASTRO ADESIVO
Oltre alla perplessità, montano il disappunto e il disorientamento. Il primo è scatenato dalla qualità dei cartellini nuovi. Tristi e sconsolati: sono dei rettangolini di carta ritagliati e appiccicati con il nastro adesivo da qualche parte intorno all’opera.
Questo dà un senso di insicurezza, disordine, noncuranza, sospensione (immagino che qualcuno mi manderà a dire che i cartellini seri sono in produzione, oppure che non c’è un euro per farli). Il disappunto è dato dall’equivoco. Ad esempio una targhetta in ottone dell’epoca di Parmeggiani attribuisce alla scuola veneta il grande tondo con la Sacra Famiglia che è nel salone centrale. Al contrario la didascalia affissa col nastro adesivo sulla parete a sinistra lo segnala come di scuola fiorentina. In assenza di un buon racconto propedeutico di quel che succede qui dentro, lo straniamento è garantito.

SISTEMA DELLA VITE
Se per diverse opere c’è una cartellinatura doppia (quella a dir poco suggestiva di Parmeggiani, e quella realistica recente), per altre vige il “ma chi se ne importa”. Vari pezzi sono spiegati per metà, cioè con una delle due soluzioni, oppure con il “sistema della vite” che qui alla Galleria Parmeggiani pare molto praticato. Ve lo spiego. Sulla parete accanto alle opere esposte c’è un tassello di legno fissato al muro con una vite bene in vista. Si tratta evidentemente del supporto nudo dove erano in origine chissà quali spiegazioni: titolo dell’opera, tecnica, autore, datazione, provenienza... Il cartellino non c’è più. Mentre brilla la vite su fondo legno.
L’effetto è sconsolante. Se poi neanche c’è l’enigmatica e originaria attribuzione di Parmeggiani il dramma è completo. Mi spiace.

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DOPPIA VERITÀ
Qualcuno - lo immagino - contesterà che ho una fissa per le scritte. Replico che in una raccolta di questo genere, che appunto gioca sul vero e sul non vero, le spiegazioni sono sacrosante. Non è un museo normale dove al cospetto di un Canaletto ci si può emozionare; è invece un luogo dove di fronte a un Canaletto nascono degli interrogativi, giustificati dalla doppia verità dei cartellini, e dalla personalità da romanzo di Parmeggiani.

LE INVISIBILI
E poi c’è dell’altro. Le descrizioni più moderne e aggiornate sono pressoché invisibili. Mi riferisco a quelle applicate sulle vetrate che custodiscono i capi storici d’abbigliamento nella Sala dei Costumi. Piccole, piccolissime, su superficie trasparente. Impossibili da leggere. Bella invece l’idea di munire ogni sala con una paletta illustrativa, una specie di ventaglio a disposizione dei visitatori. Qualche dubbio sull’illuminazione tenue, che certo rende gli ambienti un poco offuscati, evanescenti e quindi dubbiosi anche loro quanto il Salvatore Benedicente attribuito a El Greco, che troneggia sul fondo del salone centrale.

PASSATO CHE RITORNA
La Sala dei Velluti, che di suo è specialistica (tessuti, quindi paramenti liturgici) è completamente priva di spiegazioni. Invece i dipinti ottocenteschi della Sala Detti gridano di volere una spiegazione. Sono ritratti e scene realizzati dal pittore spoletino Cesare, suocero del nostro Parmeggiani. È un fin del siècle XIX che guarda abbacinato alle epoche trascorse, ebbro di barocco e rinascimento italiano, ma non vi è nulla che spieghi, accompagni, prepari a questo passato che ritorna e non finisce mai.
Così come accade nella Sala delle Armi e nella Sala dei Gioielli dove tutto o quasi è straordinariamente sospetto, oppure frutto di assemblaggi d’alto artigiano ottocentesco così come fu la produzione della bottega antiquaria Marcy di Parigi, frequentata, sostenuta e poi guidata dallo stesso Parmeggiani. Stupefacenti falsi d’aurore, per i quali si creò un filone di gusto e passioni consapevoli.

INTRIGO
Proprio sugli oggetti d’arte Marcy della Galleria Parmeggiani c’è un libro di Claude Blair e Marian Cambell, edito da Allemandi. Illuminante il titolo della prefazione di Blair: “Un intrigo di falsi e false identità”. Un buon sottotitolo per questo museo.
Basta scriverlo, dirlo, farne tesoro, e questo nostro pezzo di patrimonio avrà un senso. La sua natura non sarà apprezzata solo dai connoisseur, gli intenditori. Ma anche dai turisti. Che non cercano altro.
 

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