Tav, Incalza non agevolò la società di Coopsette
Firenze: il gip archivia la posizione del super manager a capo delle Infrastrutture I pm indagavano sulle presunte agevolazioni a Nodavia, società allora della coop
REGGIO EMILIA. Prove non sufficienti nei legami con l’appalto della tav di Firenze in mano a Coopsette: archiviata l’accusa di associazione a delinquere per corruzione, turbativa d’asta e delitti contro la pubblica amministrazione per il super-manager della Struttura di missione del ministero delle Infrastrutture, Ercole Incalza, e l’imprenditore Stefano Perotti, entrambi arrestati nel 2015 poi rimessi in libertà, e per altri 11 indagati. Lo si ricava dal decreto di archiviazione emesso dal gip Angelo Pezzuti, su richiesta del pm, di uno stralcio dell’inchiesta “Sistema” della procura di Firenze. Archiviati anche singoli fatti di turbativa, corruzione, frode, riciclaggio.
Secondo la procura, nel 2007 l’interesse del super dirigente si sarebbe soffermato sul progetto di costruzione del nodo dell’alta velocità ferroviaria di Firenze, affidato a Nodavia, consorzio all’epoca presieduto da Furio Saraceno, nominato dalla Coopsette di Castelnovo Sotto (che non risulta indagata) e che aveva il 70% della società di scopo. Saraceno, per la seconda volta in tre anni, finiva in un’inchiesta. In questo caso era accusato del reato di frode insieme agli altri indagati dell’inchiesta “Sistema” in mano alla procura di Firenze. Nel legame tra Incalza e la Nodavia della Coopsette, secondo le accuse poi cadute, veniva indicato Stefano Perotti, l’ingegnere finito agli arresti – e poi scarcerato – al quale era stata affidata la direzione dei lavori per la realizzazione dell’alta velocità di Firenze e del sottoattraversamento della città. Un’opera di primo piano, prezzo pattuito inizialmente intorno ai 770 milioni di euro: un diamante nella corona degli appalti vinti negli ultimi anni da Coopsette, coop ora in liquidazione. Archiviando il capitolo sulla ipotizzata associazione a delinquere tra Incalza, Perotti e altri, il gip ha recepito osservazioni dei pm Luca Turco e Giuseppina Mione concludendo che «gli elementi emersi dalle indagini preliminari non sono sufficienti a fondare l’accusa in giudizio, come già rilevato nell’ordinanza cautelare emessa dal giudice» nonostante successive acquisizioni di documenti, intercettazioni e testimonianze. L’inchiesta rimane in piedi per altri capitoli. (e.l.t.)
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