Gazzetta di Reggio

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La vedova del carabiniere: «Così ho perdonato il ragazzo che uccise mio marito»

di Ginevra Del Bene Errico
La vedova del carabiniere: «Così ho perdonato il ragazzo che uccise mio marito»

Reggio Emilia: la moglie di Antonio Santarelli, ucciso nel 2011, protagonista in duomo alla giornata del perdono. Claudia Francardi: «La vendetta non aiuta a rinascere»

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REGGIO EMILIA. Il perdono è stato il protagonista di un pomeriggio partecipato che si è svolto ieri in cattedrale. Il vescovo Massimo Camisasca ha tenuto una lectio magistralis sul tema e protagonista dell’incontro è stata anche Claudia Francardi, vedova di Antonio Santarelli, carabiniere morto in seguito all’aggressione a Pitigliano a un posto di blocco nel 2011. Ad ucciderlo fu Matteo Gorelli, che in preda a un raptus dovuto ad alcol e droghe, aggredì il carabiniere, sfondandogli il cranio. Eppure, in una storia così tragica, c’è un lieto fine. Il perdono, appunto. È nata infatti l’associazione AmiCainoAbele, fondata da Claudia e da Irene Sisi, madre dell’assassino, che aiuta realtà simili a riemergere, non lasciandosi andare al risentimento. Una storia di sofferenza, ma anche di profonda amicizia quella di Claudia e Irene che si sono unite per favorire il perdono.

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«Tutto è iniziato il 25 aprile 2011 quando il capo dei carabinieri ha bussato alla mia porta – ha spiegato Claudia – per dirmi che mio marito era in coma, situazione durata per 13 mesi, prima della tragica risoluzione. La fede per me è stata fondamentale. Quando non si vuole affogare nel dolore si cerca sempre un aiuto. Così ho cominciato a vivere sempre con il rosario in mano».

«Antonio non si è più svegliato e io ho dovuto affrontare la notizia, comunicarla a mio figlio, agli affetti e immancabilmente sono caduta in depressione. Ho affrontato anche io le cure mediche per quello che io definisco il mal di vita».

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Nel frattempo Matteo Gorelli è stato condannato.

«In primo grado gli è stata inflitta la pena dell’ergastolo (anche se poi in secondo grado il verdetto è stato convertito in 20 anni di arresti domiciliari nella comunità di don Mazzi) – continua la vedova – Non ero soddisfatta. Primo perché la sentenza non mi avrebbe ridato mio marito; secondo perché la sentenza mostrava come si stessero voltando le spalle al ragazzo. Nessuno credeva più in lui».

Poi arriva la svolta. Irene Sisi, madre di Matteo Gorelli le scrive una lettera.

«Un giorno ricevo una lettera tramite il sacerdote di Grosseto, dalla madre di Matteo che mi chiedeva perdono. Avrei potuto buttarla, ma sentivo che era una lettera sincera. C’era il bisogno di incontrarsi e accogliersi. Certo, ho avuto bisogno di dar spazio alla rabbia e al dolore, ma quando si torna a fare i conti con la realtà di tutti i giorni, in quei momenti il risentimento si trasforma».

Così Irene è venuta in ospedale a vedere suo marito Antonio. «Volevo che Matteo sapesse in che condizione aveva ridotto mio marito e che persona meravigliosa era quella cui aveva spezzato la vita. Lui non poteva venire, quindi venne Irene. Questo gesto mi ha ridato dignità. Non il processo, in un processo non c’è nulla di dignitoso per le vittime».

Così conosce la madre di Matteo, nel frattempo però muore Antonio. Proprio in questo momento Claudia comincia il percorso che poi l’ha portata a fondare l’associazione AmiCainoAbele. «La morte per Antonio è stata una liberazione, poi io credo che chi nasca non muoia più, ma se ne vada da un’altra parte, quindi ho girato pagina. Ho voluto ricostruire la mia vita dalle macerie, uscire dal risentimento. Ho cominciato un viaggio di riconciliazione insieme ad Irene. Noi parliamo di perdono e misericordia con le persone che hanno una necessità vera. Andiamo nelle scuole, nelle carceri, dando questi strumenti per crescere una società diversa. Oggi la giustizia è vissuta come vendetta e le pene sono spesso solo punitive. Si fa il male per il male che si è ricevuto. Il perdono come rinascita deve essere la risposta».

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