Lectio magistralis del vescovo «Accettare sè e il prossimo»
REGGIO EMILIA. Nel corso della sua lectio magistralis, il vescovo Massimo Camisasca ha toccato temi importanti come il perdono e l’accettazione del prossimo. «L’invito di Gesù a perdonare le offese,...
REGGIO EMILIA. Nel corso della sua lectio magistralis, il vescovo Massimo Camisasca ha toccato temi importanti come il perdono e l’accettazione del prossimo. «L’invito di Gesù a perdonare le offese, a essere misericordiosi come il Padre, ci apre a uno sguardo completamente nuovo. La misericordia in cui dobbiamo entrare non è una misura, una legge cui obbedire, ma una nuova dimensione del cuore e dell’anima, un’apertura all’infinito resa possibile dal seguire Gesù e dall’entrare nella vita del Padre. L’amore del prossimo è tutt’uno con l’amore di Dio, è la strada maestra per entrare nella sua vita, la forma di preghiera più alta e, in questo senso, la condizione meritoria del perdono».
Che cos’è il perdono?
«Non c'è una vera definizione. Il perdono è un dono, qualcosa che facciamo per gli altri. Pregare e perdonare si ripetono spesso nel Vangelo vicini. Pensando a una definizione però direi così: perdonare vuol dire decidere di portare l’altro dentro di sé, riconoscerlo, nella sua alterità, come parte di noi. L’altro non secondo l’immagine ideale che ho di lui, ma nella sua concretezza, con le sue ferite, le sue debolezze e i suoi errori».
La maggior parte delle volte, secondo il vescovo, «non perdoniamo agli altri quello che non riusciamo a tollerare di noi stessi. L’esclusione dell’altro, la rabbia nei confronti degli altri è, spesso, una rabbia nei confronti di se stessi, dello scoprirsi ancora imperfetti».
La via del perdono per Camisasca ancora una volta quindi è in noi stessi...
«Per imparare ad amare l’altro anche nei suoi errori e nelle sue ferite occorre imparare ad accettare e ad amare la propria persona e la propria esistenza. Allo stesso modo non si può amare e perdonare se stessi se non lasciandoci amare e perdonare. Il cammino del perdono è una strada di integrazione di ciò che oggi, in noi e nell’altro, avvertiamo come nemico, estraneo». (g.d.b.e.)
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