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Nuova Castelli punta sul Parmigiano: "Pronti a comprare caseifici"

Enrico Lorenzo Tidona
Nuova Castelli punta sul Parmigiano: "Pronti a comprare caseifici"

L'azienda di Reggio Emilia che produce e vende formaggi porta il fatturato verso il mezzo miliardo dopo l’entrata del fondo britannico. L’ad Fici: "Dobbiamo crescere col Parmigiano in testa"

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REGGIO EMILIA  Due anni fa il fondo inglese Charterhous Capital Partners è sbarcato con la borsa piena di soldi a Reggio Emilia, terra del foraggio e dei piccoli caseifici del Parmigiano Reggiano. Aperta la borsa ha tirato fuori ben 300 milioni di euro con i quali ha acquistato la Nuova Castelli spa, la più grande azienda reggiana del formaggio in grado di contendersi il mercato con colossi come Galbani producendo e vendendo nel mondo dal Parmigiano Reggiano alla mozzarella di bufala, passando per gorgonzola e Grana Padano.

Una ditta storica ma privata, con sede in zona Annonaria, ceduta dal patron Dante Bigi e che ora conta ricavi per mezzo miliardo, con 1.400 dipendenti totali. Valori mastodontici nel settore reggiano, dove il lattiero-caseario è frammentato, dominato dalle piccole famiglie imprenditrici e dalle cooperative, realtà ora nel mirino degli investitori inglesi che vogliono crescere nel giro d’affari puntando forte sulle Dop, Parmigiano Reggiano in testa, come ci ha raccontato il neo amministratore delegato Luigi Fici, che ci accoglie nella sede dove il profumo di formaggio invade anche gli uffici. Un manager in giacca e cravatta, lontano dalla figura iconica del casaro ma esperto del settore e deciso ad assicurare pace e prosperità nel mondo del formaggio reggiano, dove vuole investire forte.

Siete parte di un fondo straniero che ha comprato un pezzo dell’agroalimentare italiano e reggiano. Qual è il vostro obiettivo? «Moda e cibo italiano hanno un grande valore per chi, come, noi vuole fare affari. Ma quando si cerca un’azienda come Castelli non si guarda solo alla redditività, si guarda alla storia. A volte si ha un’idea un po’ distorta dell’investimento finanziario».

Rompiano gli indugi: la vostra è un’idea speculativa? Qui dominano i piccoli allevatori e generazioni di casari. «Spesso si abbina il concetto di investimento a quello di speculazione ma non è certo il nostro caso. La nostra idea non potrebbe mai essere solo speculativa. Vorrebbe dire investire, guadagnare in breve tempo e disinvestire. Noi abbiamo investito per far crescere una realtà, il suo territorio e i suoi dipendenti. Per farlo non si può speculare nel breve termine. Siamo a Reggio, investiremo a Reggio e faremo crescere quest’azienda che rappresenta già un’eccellenza».

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Come siete arrivati alla Nuova Castelli di Reggio? Cosa ha in più di altre concorrenti? «La Nuova Castelli ha una particolarità: produce una vasta gamma di formaggi ed è molto presente all’estero attraverso le principali catene di distribuzione straniere. È un elemento che rende appetibile una società come questa che fino all’anno scorso aveva un fatturato per il 90% all’estero, con piattaforme di distribuzione di sua proprietà. Dall’altro lato ha poi il vantaggio interno di essere produttore diretto di molte tipologie di formaggi, da quelli duri a quelli morbidi».

Producete anche per marchi di terzi? «Il cosiddetto private label vale circa il 50%. Produciamo quindi sia con il nostro marchio sia per quelli di altri privati. Ma l’evoluzione è chiara: Castelli deve essere sempre più produttrice perché sul mercato adesso non si può essere semplici intermediari. La nostra idea è puntare molto sulle Dop e sviluppare la loro vendita all’estero. Ma i prodotti di denominazione di origine protetta, per loro natura, sono localizzati su uno specifico territorio. Noi abbiamo molti stabilimenti dislocati in tutta Italia e questo non crea grandi sinergie produttive ma rende necessario enfatizzare le realtà locali. Noi, quando vendiamo all’estero, ci presentiamo come la società che ha la maggior gamma di Dop».

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Tra queste c’è il Parmigiano Reggiano: dove lo producete, quanto e come volete investire sul nostro prodotto principe? «Abbiamo vari stabilimenti di produzione dai quali vengono fuori oltre 100mila forme l’anno di Parmigiano Reggiano. Noi compriamo il latte secondo il disciplinare e produciamo il Parmigiano nei nostri caseifici. Siamo a livello del Parmareggio, che però è una cooperativa. Noi siamo una società privata e vorremo aumentare la produzione in prospettiva perché puntiamo molto sul Parmigiano. Il nostro fatturato è cresciuto del 10% quest’anno per vie interne, superando i 500 milioni di euro. Servirà anche una crescita tramite diverse acquisizioni».

Come farete? Pensate di comprare caseifici del territorio? «Da un lato amplieremo i nostri caseifici dall’altro ne acquisiremo altri sul territorio preservandone il valore. La tradizione e la storia del Parmigiano Reggiano sono indispensabili. Oltre alla bontà del prodotto, bisogna essere sinceri, è questo che quando vai all’estero assicura un plusvalore. Se produci 10, 100 o mille forme la qualità non deve cambiare e i vincoli del disciplinare devono restare stringenti altrimenti viene meno il valore».

Siete dei giganti in un mondo di piccoli imprenditori fieri. Ci sono ostilità? «Per noi nessuna ostilità anche perché noi compriamo molto prodotto dalle aziende del consorzio. Non siamo autosufficienti e ci piace comprare sul mercato. Siamo quindi anche clienti di queste piccole realtà. Cerchiamo di avere rapporti continuativi garantendo una visione di medio periodo. Se guadagna la Castelli perché vende a un prezzo più elevato perché salgono le quotazioni, guadagna anche l’allevatore con il prezzo del latte che è ancorato alle vendite che fa del latte».

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Si dice sempre che il punto debole di produttori e consorzi reggiani è la parte commerciale: il classico Davide contro Golia. Voi chi siete? «Noi ragioniamo in ottica di impresa. Produciamo ciò che siamo in grado di vendere alle principali catene internazionali. I mercati in cui siamo più forti sono Francia, Inghilterra e i paesi dell’est da quando abbiamo acquisito sul mercato North Coast, società polacca quotata alla Borsa di Varsavia che ha diversi magazzini che copre bene quell’area. Sono commercianti e in parte produttori di mozzarella dei quali abbiamo rilevato il 70% circa. Questa per noi è una grossa operazione perché da lì possiamo fornire altri grandi mercati. Poi abbiamo pensato al mercato con maggior consumo di formaggi, gli Stati Uniti, dove abbiamo concluso una prima acquisizione in agosto di una società: abbiamo infatti costituito la Castelli American Group, che poi farà altre acquisizioni in futuro producendo in loco formaggi».

La Nuova Castelli non parla più solo reggiano. Non rischia di perdere genuinità? «In azienda è in atto un’evoluzione perché è la società essenzialmente familiare ed è ovvio che debba poi procedere verso un modello di governance riconosciuto anche per le società quotate. Però sono 20 anni che la Castelli serve le grandi catene europee a livelli altissimi. Qui siamo e qui resteremo con gli stessi valori ».
 

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