«Noi, vere vittime dei ricettatori di oro»
L’esercente di un Compro Oro: «È tutto tracciabile, se io fossi un ladro andrei altrove. I georgiani? Non posso discriminare»
REGGIO EMILIA. Un fenomeno sempre più diffuso, quello della ricettazione di gioielli rubati smerciati nei Compro Oro, che è uno dei canali più utilizzati per piazzare la merce dei furti in abitazione, insieme a quello del mercato nero e alla via dell’estero.
Alla luce dell’ultimo episodio, che ha visto per protagonista ancora una volta un cittadino georgiano (denunciato), abbiamo interpellato l’esercente Mattia Chiossi, titolare del “Compro Oro” di viale Umberto I. «Se fossi un ladro non andrei certo in un Compro Oro, userei canali più sotterranei, noi siamo ipercontrollati», sgombra subito il campo Chiossi. «La questura passa almeno una volta al mese, in certi periodi come quelli del boom del prezzo dell’oro (anno 2010-2011, quando l’oro puro – quello dei lingotti, per intenderci, non dei monili a 18 carati – valeva 40 euro al grammo, contro gli attuali 37, quotazione di ieri, ndr) passavano anche due volte la settimana».
«I nostri clienti sono di tutte le categorie sociali e di tutte le età: si va dal pensionato in difficoltà a chi ha ricevuto un’eredità, dai coniugi dopo un divorzio alla casalinga che ha in casa dell’oro che non usa da dieci anni e vuole comprarne di nuovo», spiega Chiossi.
Quando una persona che vuole disfarsi dell’oro si presenta in negozio – è la questura a rilasciare le licenze, e ai Compro Oro occorre aggiungere le gioiellerie autorizzare, come quelle dei grandi centri commerciali – il titolare fa una copia del documento di identità, fotografa la merce e la iscrive nel registro vidimato dalla questura, infine ha l’obbligo di “tenere fermi” gli oggetti per dieci giorni, prima di fonderli.
Se la trattativa va in porto, l’esercente rilascia regolare ricevuta fiscale, anch’essa tracciabile, e per importi superiori ai tremila euro (un tempo il tetto era mille euro) la legge impone al negoziante di pagare in assegno bancario o bonifico; perciò i ricettatori fanno vendite frazionate e mai in blocco.
«E già a queste prime richieste molti rinunciano: mi è capitato spesso, quando apprendono l’iter i malintenzionati non si fanno più vedere».
Ciò non toglie che il richiedente possa presentare un documento d’identità falso. «Certo, io non ho gli strumenti per accorgermene – replica Chiossi – non è il nostro lavoro sapere se i gioielli che ci propongono sono refurtiva. Come si fa a saperlo? È la polizia che, vedendo i documenti del venditore, se è pregiudicato comincia a fare controlli incrociati in base alle denunce di furto presentate».
Facciamo presente che, negli ultimi tempi, la questura ha individuato e denunciato alcuni ricettatori, tutti georgiani. Come fermarli? «Ma non si può identificare una intera etnìa come ladra, né io posso discriminare una persona in base alla razza – obietta – Ovvio che, se si tratta di refurtiva, io ci rimetto, perché la somma pagata per quell’oro poi sequestrato è perduta. Mi è capitato in passato e i responsabili erano italiani».
Quali sono le accortezze che un commerciante può adottare se odora qualcosa che non va? «Questo è un bel problema, perché le intenzioni delle persone sono insondabili – conclude Chiossi – è un commercio: io faccio un preventivo e la controparte risponde sì o no, ma possono essere mille i motivi per i quali rifiuta».
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