Un rito sdoganato dalla Chiesa nel 1963
La cremazione, rito funerario tipico degli induisti e dei buddisti, era largamente praticata insieme all’inumazione anche dagli antichi popoli europei, compresi i greci e i romani. La religione...
La cremazione, rito funerario tipico degli induisti e dei buddisti, era largamente praticata insieme all’inumazione anche dagli antichi popoli europei, compresi i greci e i romani. La religione ebraica, invece, prevede da sempre la sepoltura, che è un obbligo per i musulmani entro 24 ore dalla morte. Con l’avvento del cristianesimo in Europa la cremazione decadde. La dottrina cristiana, infatti, non afferma soltanto l’immortalità dell’anima, ammessa anche dai pagani. La vera novità, che suscitò la reazione sprezzante dei filosofi ateniesi, è la fede nella resurrezione dei corpi dei defunti al momento del Giudizio universale. Perciò ancor oggi gli ortodossi vietano l’incenerimento dei cadaveri destinati a riprendere la vita per l’eternità, credenza condivisa da cristiani e islamici. Nell’Europa occidentale cattolica e poi, in parte, protestante, la cremazione è rimasta rara fino al XIX secolo. Si fecero eccezioni soltanto durante le peggiori epidemie, come quella di peste nera che colpì Napoli nel 1656. L’incenerimento incominciò a diffondersi con le idee del pensiero illuministico e positivistico. Ancora nella prima metà del secolo scorso vi ricorrevano perlopiù gli atei. La Chiesa cattolica ha cambiato rotta con il Concilio ecumenco Vaticano secondo. Nel 1963 con l’istruzione del Sant’Uffizio “Piam et constantem” ha ribadito la preferenza per l’inumazione, ma ha consentito ai battezzati di farsi cremare a condizione che la loro scelta non derivi dalla negazione dei dogmi cristiani o da odio verso la Chiesa. La Cei nel 2012 ha confermato tale permesso purché le ceneri siano conservate nei cimiteri e non disperse in terra o mare o custodite in casa o in giardino. (l.s.)
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