Gazzetta di Reggio

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Chi comanda nella Reggio Emilia che si sta sbiancando

STEFANO SCANSANI
Chi comanda nella Reggio Emilia che si sta sbiancando

La domenica: l'editoriale del direttore Stefano Scansani sul potere in città

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REGGIO EMILIA. Chi comanda a Reggio Emilia? Una volta la risposta sarebbe stata rapida, certa, a tinta unita: i comunisti. Sempre nel passato non tanto remoto la replica avrebbe proposto dei sottogruppi: i comunisti miglioristi nelle amministrazioni pubbliche e i comunisti cooperativi nell’universo delle attività produttive. Una volta dipingere il potere in questa città e in questa provincia era un esercizio rituale, sempre lo stesso.

Poi si è rotto il mondo. Nel senso che la crisi economica e la decadenza del sistema hanno mandato gambe all’aria anche il poltronificio italiano, e dunque quello reggiano. Qui, nella terra del centralismo più o meno democratico, dove ogni soggetto e fenomeno apparteneva e rispondeva a una catena di comando, oggi è in corso una profonda mutazione. Essendosi frammentato con tutti i suoi santuari, il potere indigeno è in pieno movimento, si va ricostituendo, riposizionando. O meglio, molti poteri sono in libertà, vanno confrontandosi fra loro oppure scontrandosi per le nuove occupazioni di vecchie sedute e antichi schienali.

Ecco, se in tutto questo sommovimento è rimasto qualcosa di tipico reggiano, un talento autoctono, è la classica capacità di molti papaveri locali di dissimulare perfettamente e con straordinaria faccia tosta le tensioni, le corse, le rincorse e le concorrenze. E, attenzione, va sottolineato che la dissimulazione è potere. La Treccani ne spiega il significato: “Nascondere il proprio pensiero, o i sentimenti, i propositi, ecc., in modo che altri non se ne accorgano, spesso anzi fingendo il contrario”.

Cioè ogni tanto qualcos’altro scorre sotto l’esuberanza e il cordiale spirito che ruota intorno alle poltrone maggiori che potrebbero essere suddivise in quattro grandi gruppi: finanziario, cooperativo, politico, sindacale. Vi sto introducendo al poltronificio reggiano perché oggi con la prima puntata dell'inchiesta su chi comanda da noi, la Gazzetta cerca di fare chiarezza sulle dinamiche del potere. Più precisamente sui poteri (uomini, donne, famiglie, organizzazioni, gruppi) in cerca di nuove stabilizzazioni.

A curare questa prima uscita è il collega Enrico Lorenzo Tidona il quale si è occupato di rubricare anche ruoli, propensioni, posizioni dei comandanti o degli aspiranti comandanti. Ne trapela una Reggio frastagliata, fluida, che però riserva e conserva alcune realtà forti e stabili, in un certo modo conservative.

Mi riferisco al potere finanziario, ad esempio di Credem e quindi della famiglia Maramotti (che attraversa decisamente anche quello industriale). Mentre gli altri ambiti, quello della cooperazione, della politica e di conseguenza sindacale, hanno perso corpo, forza e rappresentanza.

Risultato: l’assetto finanziario storico è rimasto storico. Fattuale. È un dato importante se raffrontato a ciò che a livello bancario è capitato e va succedendo in altre città. Quasi paradossalmente qui il potere finanziario privato è inscalfibile, e ancora influenza larga parte delle dinamiche territoriali, rispetto a quello politico che da noi aveva fondamenta robustissime.

Mi sto riferendo all’ambito di quella che un tempo veniva chiamata borghesia. Il fatto che alcune famiglie industriali abbiano superato la cortina della crisi è un segno della loro continuità. È un segnale tutto da analizzare se si considera che in altre realtà alcune dinastie borghesi sono finite, non hanno retto. Ma c’è dell'altro. Qui a Reggio esiste l’autogenerazione imprenditoriale, quella che si origina e cresce da sé, rappresentata dal fenomeno Montipò, l’outsider.

Il Reggiano, che era ed è la patria riconosciuta della cooperazione, trova invece qui una delle sue maggiori sofferenze. I morsi e le incognite della crisi hanno messo a durissima prova le coop rosse e quelle bianche, dunque la radice/anima economico-sociale della provincia. L’identità produttiva della provincia. E lo sappiamo. Ciò che sfugge invece è il fatto che le poltrone del mondo cooperativo si sono così rarefatte e scottate da essersi discostate dagli appetiti e dalle mire della sfera politica. Era una pratica reggiana - fino a non tanto tempo fa - non di avere un piede in due scarpe, ma di riuscire a poggiare (e mai più scollare) i glutei da due poltrone diverse. Ovvero la politica stava seduta nelle coop e le coop si intronizzavano nella politica.

Inseparabili. Consociativismo con l’aggravante dell'eternizzazione di diversi protagonisti (per anni sulla stessa poltrona).

Il mondo politico non avendo più un soggetto o una posizione gravitazionale sta conoscendo le forze centrifughe. Non mi sto riferendo alle puntuali divaricazioni fra ex Dc ed ex Pci, o già Margherita e già Ds o, più nella contemporaneità, tra renziani e non renziani. I soggetti attrattivi sono tutti nuovi. Ad esempio è il momento di Delrio. Stare nel suo ambito non vuol dire infatti essere renziani. Assai forte è l’ascendente di Prodi quanto lo è l’influenza di Castagnetti, ognuno dei quali ha una propria sfera. Se ci badate in questa nomenclatura non c’è un punto gravitazionale di sinistra-sinistra in una provincia che è stata la sinistra-sinistra. Area combattentistica ben rappresentata dal sindacalismo robusto di Landini, che però pare avere estinto o sistemate in panchina certe pulsioni per una discesa in campo politico.

Molto quindi sta sbiancandosi. Non per nulla nella nostra mappa del poltronificio locale abbiamo inventato un’area di centro mobile e un’altra di centro immobile che vanno egemonizzando una tradizione di sinistra, nel contesto di un quadro economico molto provato e in evoluzione... Reggio è in metamorfosi.

La Gazzetta fa il punto, alla faccia della dissimulazione, del comando in cerca d’autore, e dei glutei a caccia di poltrone.
 

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