«Mafia e affari, non bastano gli anticorpi»
Il procuratore a Reggio: «Imprenditori locali coinvolti. E se battezzano i picciotti qui, vuol dire che controllano il territorio»
REGGIO EMILIA. Nicolino Sarcone, imprenditore con casa, famiglia e lavoro da oltre vent’anni a Bibbiano (già condannato a 15 anni in abbreviato) è stato indicato due giorni fa durante il processo Aemilia da tre diversi pentiti di mafia, come un affiliato di prim’ordine della ’ndrangheta. Un colonello con i gradi della malavita, che ha addirittura “battezzato” a Reggio Emilia un neo “picciotto” giunto dalla Calabria - il pentito Saverio Locasolo - per entrare ufficialmente nell’organizzazione.
«Essere battezzato in un locale vuole dire che dove c’è quel locale c’è anche il controllo assoluto del territorio, perché non esiste organizzazione mafiosa se non esercita il potere su quel territorio». Parola di Nicola Gratteri, procuratore antimafia a Catanzaro - dove è esplosa l’inchiesta Kyterion legata ad Aemilia - presente ieri a Reggio insieme allo scrittore Antonio Nicaso e all’educatrice Rosaria Cascio durante un incontro con le scuole all’Unimore sulla corruzione organizzato da “Noi contro le mafie”.
«Purtroppo, ahinoi, la ’ndrangheta è una minaccia presente da decenni al nord ma qui si è presa consapevolezza solo negli ultimi anni. E in Emilia è presente a macchia di leopardo, in base ai paesi. In provincia di Reggio Emilia è ben radicata, in particolare la ’ndrangheta della provincia di Crotone. Bisogna prendere consapevolezza e posizione. Non basta dire noi abbiamo gli anticorpi, non basta dire noi abbiamo combattuto i nazisti e i fascisti quindi siamo in grado di combattere la mafia. Le mafie sono un’altra cosa. Perché vivono tra di noi, nel tessuto sociale, si nutrono e cambiano insieme alla società, non sono un corpo estraneo. Le mafie hanno trovato pieno accesso qui a nord, soprattutto tra gli imprenditori emiliani».
Gratteri riporta in primo piano, come altre volte nei recenti passaggi a Regio, la forte impronta affaristica della criminalità organizzata presente a Reggio Emilia, impegnata a «coltivare la cultura della legalità», come ricordato dal palco dal prefetto Raffaele Ruberto, che ha fatto da padrone di casa in assenza del ministro reggiano Graziano Delrio, bloccato da altri impegni. Presenti il presidente della Provincia Giammaria Manghi e buona parte dei componenti del tavolo per l’ordine e la sicurezza, forze dell’ordine in primis. Assente l’assessora alla cultura della legalità Natalia Maramotti, impegnata nell’inaugurazione di un’iniziativa per l’inclusione in zona stazione: a fare le veci del comune capoluogo il vicesindaco Matteo Sassi.
«Non c’è mafia senza corruzione - ha tagliato corto Nicaso davanti ai circa 250 ragazzi delle scuole superiori reggiane che hanno affollato l’aula Manodori di viale Allegri - tramite la corruzione le mafie riescono a trovare delle sponde. Qui mi viene in mente l’idea degli anticorpi: non si può generalizzare con questa storia degli anticopri. Possiamo essere in 100 in questa sala ma bastano due che non hanno anticorpi e che offrono la sponda necessaria alla mafia per agevolare l’infiltrazione. Possiamo anche avere gli anticorpi culturali ma non basta». Per Nicaso, direttore scientifico di “Noi contro le mafie”, bisognerebbe poi cambiare la legislazione antimafia: dal 416 bis, il cosidetto carcere duro, al reato di concorso esterno in associazione mafiosa, da sempre piuttosto labile e difficile da provare. «Oggi è l’economia che controlla la politica perché c’è stata una grande finanziarizzazione e si discute sempre più su tavoli globali - avverte Nicaso - È in questo contesto che lo scenario cambia. La mafie popolari che vivevano su estorsione e piccoli reati fanno fatica a prosperare e questo che viene fuori anche dalle intercettazioni telefoniche. Ci sono mafie che fanno ormai fatica a sostenere le famiglie dei detenuti. Per questo la mafia cambia e diventa sempre più elitaria e forte, diversa da quella dei Totò Riina e dei Provenzano, sempre più votata in sistemi criminali e comitati d’affari e di spartizione. Quella che sorride quando noi piangiamo per i terremoti».
Enrico Lorenzo Tidona
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