Gazzetta di Reggio

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A Reggio Emilia il prefetto mette al bando le ronde

di Ambra Prati
A Reggio Emilia il prefetto mette al bando le ronde

Raffaele Ruberto ha firmato un protocollo ministeriale che impone regole ben precise ai gruppi di vicinato

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REGGIO EMILIA. I gruppi di vicinato - i privati cittadini che, tramite whatsapp e Facebook, segnalano episodi di microcriminalità - si stanno diffondendo sempre di più anche nella nostra provincia: non a caso pochi giorni fa, a Fogliano, si è svolto un incontro, presieduto dal gruppo Montecchio Emilia Sicura, con i residenti della frazione cittadina e con altri della zona ceramiche (Scandiano, Albinea) interessati a far nascere associazioni su questo modello. Ora però il prefetto di Reggio Raffaele Ruberto ha firmato un “Protocollo di intesa per il controllo del vicinato”, con l’intento di mettere al bando le ronde e regolamentare i gruppi. Si tratta di un documento-tipo predisposto dal Ministero dell’Interno, a livello nazionale e regionale. Anche la prefettura di Reggio ha fatto proprio questo protocollo destinato alle amministrazioni comunali, visto che questo percorso prevede obbligatoriamente la stipula di convenzioni tra i gruppi e il singolo Comune, con “paletti” di non immediata applicazione.

Scopo del Ministero, e della Prefettura reggiana competente, è di evitare il fai-da-te nel delicato ambito della sicurezza: non a caso il protocollo prescrive, in modo esplicito, che i gruppi non debbano «porre in essere, in nessun caso, forme di pattugliamento attivo del territorio, sia esso in forma individuale o collettiva», ripetendo in seguito che «il progetto di controllo del vicinato non prevede l’esecuzione, in alcuna forma, delle cosiddette “ronde volontarie”».

LE PROBLEMATICHE. Scontato? Non proprio. Questo correre ai ripari da parte del governo centrale si rende necessario alla luce di quanto già accaduto in altre province, soprattutto nel Veneto e nel Nord-Est, dove queste esperienze sono attive da tempo.

Con risultati non a senso unico: perché questi gruppi, sorti spontaneamente in modo autodidattico, hanno presentato più di una criticità. In passato c’è chi è andato al di là della segnalazione, seguendo i sospettati e scattando foto con il cellulare. Ci sono state associazioni che si sono “allargate troppo”, oltre i confini territoriali, arrivando a 600 iscritti e rendendo difficile l’attribuzione. Altri ancora che hanno usato impropriamente le pagine Facebook, trasformandole in luoghi di scambio di opinione, non rispettando l’operatività dello strumento. Si sono registrati perfino casi di iscritti che erano in realtà malviventi “sotto copertura”, che seguivano le comunicazioni del gruppo con l’intento opposto: ladruncoli che segnalavano ai complici le zone da evitare e quelle invece da colpire. Nella maggioranza dei casi, ci sono state associazioni fin troppo zelanti, che tempestavano le forze dell’ordine di una sovrabbondanza di segnalazioni, finendo per ostacolare il lavoro degli agenti anziché agevolarlo. Insomma, il campo è un terreno minato, l’effetto suggestione è dietro l’angolo e i precedenti insegnano che, se non guidate con discernimento, le attività di questi privati cittadini possono addirittura sfociare in reati penali: violazione della privacy o procurato allarme.

IL PROTOCOLLO. Servono regole di ingaggio certe, “paletti” ben definiti e referenti incaricati: è quanto si propone di fare il protocollo, che agisce, è bene sottolinearlo, in un ambito ancora sperimentale, stilando un “decalogo” modello. Difatti, pur riconoscendo «l’esigenza di rafforzare le forme in cui si esplica la cosiddetta sicurezza integrata partecipata» nella quale «il controllo di vicinato può essere ricondotta», e «ritenuto necessario ricorrere all’ausilio di ogni organizzazione operante sul territorio comunale» volto «ad accrescere la partecipazione civica», il protocollo punta sull’esigenza di un salto di qualità: dal fai-da-te ad una collaborazione più strutturata e codificata tra gruppi e amministrazioni comunali (che vedranno in prima fila, con l’incarico di coordinamento, l’azione della polizia municipale), tra gruppi e forze dell’ordine (carabinieri e polizia, che dovranno indicare e formare un referente dedicato) e tra aderenti all’associazione e il coordinatore, chiamato ad assicurare la “rintracciabilità” e gestire con puntualità la rete degli iscritti.

A Reggio Emilia, per attivare il protocollo, il documento dovrà passare dal Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, l’organo di raccordo tra prefettura e istituzioni, del quale fanno parte anche i colonnelli delle forze dell’ordine. «Il tema non è ancora all’ordine del giorno, il Comitato lo tratterà nei prossimi mesi», afferma il presidente della Provincia Giammaria Manghi. Dopo questo passaggio formale, la palla passerà ai singoli Comuni. Dal municipio di piazza Prampolini fanno sapere che per Reggio capoluogo la questione sarà presa in esame dal futuro comandante di polizia municipale (la procedura concorsuale è in corso, il vincitore sarà reso noto ai primi di dicembre). Sarà quindi la nuova guida del Comando di via Brigata Reggio che valuterà, se ci fosse l’esigenza, l’eventuale attivazione e modalità di applicazione.

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