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I ricordi a 50 anni dall'alluvione di Firenze, una missione del Pci in aiuto al paese di Signa

Andrea Mastrangelo
I ricordi a 50 anni dall'alluvione di Firenze, una missione del Pci in aiuto al paese di Signa

Reggio Emilia, la spedizione era guidata da Dino Medici, la testimonianza di Eugenio Davoli

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REGGIO EMILIA Le notizie da Firenze dopo il 4 novembre 1966 colpirono tutti gli italiani; molti si sentirono toccati in prima persona dalle immagini dell’alluvione, anche chi a Firenze non era mai stato. Lavoratori, studenti, intellettuali, a migliaia cercarono in qualsiasi modo di dare una mano, in un’epoca in cui il concetto di protezione civile era ignoto. Gli aiuti procedettero spesso in modo casuale, risultando anche vani, come oggi può testimoniare il reggiano Giuseppe Olmi, professore universitario ma nel 1966 ancora studente. «Partii da solo,rimasi a Firenze solo un giorno, il tempo necessario a capire che non potevo essere utile in nessun modo. Qualche tempo dopo, invece, nel Biellese mi fermai a lungo per partecipare ai soccorsi dopo un’alluvione. Anche perché se a Firenze era arrivata un sacco di gente, in Piemonte non andò quasi nessuno».

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Il coordinamento da parte di qualcosa che assomigliasse a una protezione civile non era nemmeno concepibile. Negli anni Sessanta però esisteva una realtà che quanto a macchina organizzativa non era seconda a nessuno: il Partito comunista. Fu la federazione reggiana del Pci a organizzare la spedizione di soccorso più strutturata, quella che riuscì a ottenere i risultati più importanti anche se lontano da tutti i riflettori. Perché mentre il mondo si interrogava sulle sorti di Firenze, nessuno badava ai paesi vicini che rischiavano di essere spazzati via dalla carta geografica.

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La missione del Pci di Reggio venne indirizzata a Signa, paese colpito dallo straripamento non dell’Arno ma del Bisenzio; capo della missione fu Dino Medici, una delle colonne della federazione, che riuscì a coordinare in maniera perfetta il lavoro di quelle giornate. Medici è scomparso solo pochi mesi fa, a 86 anni, dopo una vita dedicata alla politica, ma del periodo di Signa (in quel caso piuttosto lungo) rimangono testimonianze precise, come quella di Eugenio Davoli, settantanovenne che mezzo secolo fa lavorava alla Cooperativa Pittori ed era segretario della sezione del Pci in azienda.

«Avevo già avuto un’esperienza di soccorsi da ragazzo – rievoca oggi Davoli – quando ero stato a rinforzare gli argini del Po. Arrivando a Signa ci trovammo di fronte a qualcosa che non ci aspettavamo. Pensavamo che il problema fosse l’acqua e invece di acqua non ce n’era quasi più, tutto era immerso nel fango. Con il badile in mano andavamo dietro alle ruspe casa per casa, azienda per azienda, cercando di rendere vivibile un mondo irriconoscibile».

Una delle ragioni del successo della spedizione guidata da Medici fu la disponibilità di macchine adeguate, fra le quali sei ruspe con la pala e sei autobotti attrezzate per lo spandimento dei liquami. Il fango già solidificato veniva prima ammorbidito con l’acqua presa dal campo da calcio (unica zona ancora allagata), poi aspirato con le botti e alla fine sparso altrove.

«La gente ci aspettava davanti a casa – ricorda Davoli – perché aiutassimo in qualche modo. Prima di noi non era arrivato nessuno. Dopo diversi giorni di lavoro, liberato il paese, tornammo a Reggio per poi ripartire una seconda volta, finita l’emergenza. Lavorammo di pennello per riportare Signa alla normalità. Ricordo bene un imprenditore che diventò mio amico, Rossi. Produceva cappelli, aveva il fango all’altezza di un metro. Togliemmo tutto di mezzo e lui convertì la fabbrica alla lavorazione delle pelli. Fece la fortuna di tutto il paese».

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