Gazzetta di Reggio

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Quegli angeli del fango da Reggio Emilia a Firenze

Andrea Mastrangelo
Quegli angeli del fango da Reggio Emilia a Firenze

I giovani si mobilitarono dopo l'alluvione di Firenze, una delegazione partì dall'istituto magistrale Canossa. I ricordi dopo 50 anni

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La signora Angela appoggia la borsa, tira fuori un pacchettino marrone chiuso con un legaccio, lo apre e da un astuccio cava un minuscolo badile, una specie di soprammobile. È l’oggetto che il Comune di Firenze anni fa regalò agli “angeli del fango”, quelle persone un tempo giovani che nel 1966 scelsero di lasciare casa per andare in Toscana a dare una mano, fra palazzi storici e case di campagna sommersi prima dall’acqua dell’Arno e poi dal fango. Nessuno li chiamò, andarono e basta, perché sentivano che Firenze e la Toscana – culla della civiltà e della cultura del mondo – avevano bisogno di loro.

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I GIOVANI. Angela Tromellini era una di quei giovani reggiani che una mattina uscirono di casa per andare non a scuola ma a Firenze. Venerdì – giorno del cinquantesimo anniversario dell’alluvione – tornerà in una Firenze oggi tanto diversa per partecipare alla cerimonia che celebra la rinascita della città e tutti quei ragazzi che per la loro stessa presenza furono battezzati appunto “angeli del fango”.
«Nel novembre del 1966 era una studentessa al terzo anno delle magistrali – così Angela fruga nella sua memoria – e quindi io e tutte le mie compagne eravamo minorenni. Non fu facile convincere le nostre famiglie a lasciarci andare, quasi tutte noi partivamo da casa senza i genitori per la prima volta».

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L’UDI. Il contributo dell’istituto Canossa – popolato quasi esclusivamente da ragazze – non passò inosservato. L’idea della spedizione venne all’attivissima sezione reggiana dell’Udi – Unione donne italiane – che nella seconda metà degli anni Sessanta aveva fra i propri dirigenti Loretta Giaroni e Lidia Greci, poi anche assessori nelle giunte del sindaco Bonazzi. Di quella spedizione del Canossa sotto l’egida dell’Udi rimangono tracce chiare: le ragazze reggiane vennero citate nella rivista “Noi Donne”, organo ufficiale dell’Udi nazionale, e nell’archivio dell’organizzazione (conservato da Istoreco) sono ancora reperibili i verbali nei quali si parla della loro giornata fiorentina. Perché in effetti tutto si consumò nell’arco di una manciata di ore.

LA PARTENZA. La missione delle studentesse reggiane partì qualche giorno dopo lo straripamento dell’Arno e dei suoi affluenti. «Era prestissimo quando io e le altre ragazze ci ritrovammo davanti a scuola, che allora era in corso Garibaldi, di fronte alla Ghiara. Lì ci attendeva un piccolo pullman con alcuni adulti che ci accompagnarono». Angela Tromellini ha fissato un sacco di flash di quella giornata irripetibile. «Non prendemmo l’autostrada ma il vecchio passo e quando entrammo a Firenze avevamo tutte gli occhi incollati ai finestrini. Io e molte come me vedevamo quella città per la prima volta. Firenze ci apparve una città sfregiata, devastata, sofferente. Una immagine che non si dimentica».

AL LAVORO. «Ci portarono a Palazzo Strozzi dove non c’era una grande ressa di volontari e ci misero subito al lavoro». Angela e le compagne del Canossa erano autonome, si erano portate tutto da casa. «Eravamo equipaggiate con gli stivaloni, gli impermeabili, il panino ce l’avevamo in tasca. Insomma non avevamo bisogno di niente. All’interno del palazzo c’era un cunicolo che portava in una specie di scantinato dove erano conservati migliaia di libri, tutti sommersi dal fango. Formammo una specie di catena che partiva dallo scantinato e arrivava al primo piano: dal basso uscivano blocchi di fango e libri che passando di mano arrivavano al primo piano dove venivano appoggiati a terra su un fondo di segatura. A quel punto iniziava la pulitura dei libri da parte di persone preparate a farlo. Ho poi saputo, sulla base di conoscenze successive, che a quei libri fece più danno la segatura buttata in terra che la fanghiglia».

LA DELUSIONE. Non si trattava di un lavoro semplice da sopportare per ore, nonostante la consapevolezza di essere impegnate in qualcosa di importante. «Verso la fine della mattina – sono sempre parole di Angela Tromellini – insieme a un’amica uscii da Palazzo Strozzi per mangiare il panino che avevo con me. L’unica acqua che si poteva bere era quella distribuita dalle autobotti, la più vicina era in Piazza Signoria e così andammo là. Mangiavamo davanti a Palazzo Vecchio quando un paio di fiorentini cominciarono a sfotterci per quello che facevamo, “cosa pensate, di risolverlo voi tutto questo macello?”, ci dicevano, e ci prendevano in giro. Quei personaggi mi sono sempre rimasti in mente, le loro parole rimangono per me una ferita aperta».

IL RITORNO. Alla sera Angela Tromellini e le compagne del Canossa risalirono sul pullman per tornare a Reggio: il loro giorno da “angeli del fango” era già finito. «Un’esperienza breve, era tutto quello che noi ragazze potevamo permetterci in quell’epoca. Non mi sono mai sentita un’eroina, ho solo fatto quello che mi sembrava giusto». In seguito Angela Tromellini – che da tanti anni abita a Bologna dove ha insegnato e poi lavorato nel sistema delle biblioteche salvando un archivio fotografico di enorme importanza storica – partecipò agli Artigianelli all’esperienza delle comunità Emmaus dell’Abbé Pierre, raccogliendo abiti per le missioni. Ancora volontariato, una vocazione nata in quel giorno di fango fiorentino.

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