Ferrarini (Conad Centro Nord): «La guerra del carrello lascerà cadaveri»
Supermercati, la coop di Campegine è in utile e fa a meno della politica. Ferrarini: «Troppe aperture. Alcuni centri rimarranno vuoti»
CAMPEGINE (Reggio Emilia) Hanno solo 200 dipendenti diretti perché gli altri 4.500 che lavorano nei negozi sono alle dipendenze dei 180 soci-imprenditori che gestiscono 240 supermercati Conad tra Emilia e Lombardia.
Un assetto leggero e profittevole per Conad Centro Nord, una delle sette sorelle del consorzio nazionale Conad, con sede a Campegine e che macina utili (25 milioni di euro nel 2015), punta su nuove aperture a Reggio ma si tiene lontano il più possibile dalla politica e dalle fusioni.
Tratti distintivi di una filosofia industriale e associativa sostanzialmente diversa rispetto ai cugini dell’ormai ex Coop Nord Est, che ha chiuso in perdita per oltre 50 milioni e si è sposata in Coop Allenaza 3.0 con Adriatica ed Estense. Dinamiche delle quali abbiamo parlato con Ivano Ferrarini, direttore generale di Conad Centro Nord, che punta a chiudere il 2016 con ricavi in crescita di 50 milioni per un totale 1,25 miliardi di euro e lancia un’allerta sulle troppe aperture, che lasceranno alcuni morti sul campo agguerrito del grande distribuzione.
Ferrarini, i vostri sono soci-imprenditori. Cosa cambia nella gestione rispetto a Coop?
«La nostra è una realtà particolare. I nostri soci sono imprenditori a tutti gli effetti. Hanno la gestione dei negozi e i dipendenti dei supermercati sono loro. Il nostro compito è dargli tutti i supporti centralizzati commerciali e di marketing per gestire al meglio il punto vendita. Ma devono essere loro in grado di governare processi, costi e personale. Di stimolarci anche, di dirci se ci sono cose che non vanno bene. Hanno un’attenzione massima verso il territorio e il consumatore perché ovviamente il risultato ricadere direttamente sulle sue tasche. Parte della ricchezza ritorna poi alla comunità a cui appartengono creando relazioni territoriali che diventano poi relazioni economiche».
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Avete più tipologie di supermercati, da quelli di prossimità ai Superstore? Quale vi dà più soddisfazione?
«Siamo un’azienda multicanale che lavora dal negozio di prossimità con i Conad City e Margherita fino al Superstore e ai punti vendita premium Sapori e Dintorni, format distributivo che vende eccellenze del territorio. Abbiamo una gamma di prodotti basici per tutti e nei freschi abbiamo una nutrita gastronomia. Posso dire che il Superstore è quello che ci dà più soddisfazione in termini di ricavi e produttività».
Coop a Reggio ha fatto la voce grossa aprendo l’Iper di Baragalla. L’arrivo di uno sembra voler tagliare fuori il supermercato dell’altro. Non si è andati troppo oltre in questa guerra anche tra grandi e piccoli?
«Il vicinato non esiste più. Ormai la guerra, come la chiama lei, non è più tra i grandi e i piccoli. I piccoli non esistono più e quella logica è finita. Anche gli stranieri soffrono e quando apri lo fai pensando solo di poter essere più bravo e efficiente di altri per prendere poi le loro quote di mercato. È comunque una guerra destinata a creare parecchi cadaveri lungo la strada. Il mercato deve essere aperto e la liberalizzazione è importante così come la gestione del territorio ma attenzione a creare grandi volumi commerciali perché nei prossimi anni bisognerà pensare a come convertire alcuni di questi».
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La concorrenza è aspra. Le catene private si stanno facendo sempre più avanti anche a Reggio?
«Si ma io ho rispetto per la concorrenza. Sono le amministrazioni comunali che devono stare più attente. Si è passati da una fase protezionistica a una liberista che lascia troppi spazi. Con noi l’amministrazione di Reggio, ad esempio, ha un rapporto diretto mentre per altri gruppi non legati al territorio è solo un puntino su una cartina. Quindi noi prendiamo impegni con le comunità, quando c’è bisogno di qualcosa vieni da Conad o da Coop e poi alla fine quando si deve gestire il territorio non sempre il ruolo specifico è tenuto in debita considerazione».
Conad rispetto a Coop fa utili. Perché?
«Dal punto di vista organizzativo siamo molto più asciutti. Siamo circa 200 dipendenti della cooperativa, più 4.500 dipendenti dei 180 soci che gestiscono i punti vendita e abbiamo una logica molto stretta. Assumiamo persone competenti che vogliono stare sul mercato. Rispetto ad altri gruppi non abbiamo costi inespressi: ognuno ha un ruolo preciso ».
Su aperture domenicali e festivi che politica avete?
«Guardi, se io potessi chiuderei. Ma non posso andare contro il mercato. Sono contro le aperture 24 su 24, non hanno senso. Sarei anche contro le domenicali ma lo farei solo se tenessero chiusi tutti. Ci vuole una normativa che dice “queste sei festività tenete chiuso tutti” e noi abbiamo finito. Ma non è così».
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Le domeniche vi fanno guadagnare?
«Sì, sono diventate il terzo giorno della settimana. Per alcune catene addirittura il secondo. Questo vuol dire che alla fine devo pensare come il consumatore, che la domenica fa la spesa con la famiglia, con più tempo e maggiore relax, con il marito che porta l’acqua e la moglie che così è più libera durante la settimana. Gli altri giorni stanno diminuendo e le domenica invece crescono».
Vita associativa: fate parte di Legacoop, vi occupate del sociale ma meno del politico. Gli altri, come Coop, partecipano di più. Perché?
«Noi vogliamo rimanere cooperativa e mantenere questi valori intrinseci che sono particolarmente importanti, diffondendoli tra i soci e i dipendenti. Però non ci interessa la politica. Partecipiamo alla vita di Legacoop e quando c’è bisogno diamo una mano. Siamo una grande azienda che non ha bisogno di particolari servizi da Legacoop però abbiamo bisogno di identità per la struttura intergenerazionale ma vogliamo rimanere lontani dalla politica perché dobbiamo gestire le imprese come tali. Io in cda ho la proprietà effettiva, non quella diffusa: se non ci sono risultati mi mandano a casa».
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Ma alle vostre assemblee non viene il politico di turno?
«Laddove le facciamo invito il sindaco di turno. Poi se qualcuno ha dei rapporti particolari ben venga, vado d’accordo con chiunque. Ma io ho un tot di imprenditori che non so nemmeno cosa votano nello specifico».
Non avete prestito sociale. Siete contenti o vi manca una risorsa che per Coop vale invece miliardi?
«Siamo contenti. Alla fine dell’anno a me interessa la gestione ordinaria: come abbiamo fatto il nostro lavoro, che è comprare, vendere ai soci e gestire la rete insieme a loro per farli guadagnare».
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