Santuario della Ghiara, il ’600 emiliano è qui ma non c’è un nome
Visite clandestine / 7. Dipinti, sculture, architetture di assoluto valore sono senza identità Nella basilica-pinacoteca la dimenticanza di Reggio raggiunge il massimo
REGGIO EMILIA. Un tesoro per caso. Il patrimonio artistico del santuario della Ghiara è un condensato del Seicento emiliano. Così complesso e anonimo da far chiedere “di chi è?”. Per il turista in questo spazio-intrico di segni e colori non c’è una risposta. O meglio, tra la moltitudine degli avvisi, delle placchette, delle tabelle con la scritta “offerte”, non c’è un cartellino (uno soltanto) che spieghi un’opera.
Quindi ti trovi al cospetto del Guercino e non lo sai. Incroci un’opera del Tiarini e passi avanti. Ti capita di sostare al cospetto di Gavasseti ma lo ignori. Questa assenza di informazioni è ingiusta, inaccettabile, inspiegabile. Anche perché il severissimo divieto di scattare fotografie all’interno della chiesa di corso Garibaldi potrebbe trovare un riscatto nella possibilità di conoscere e apprezzare i contenuti. Ma neanche questo è permesso. Alla Ghiara bisogna arrivare preparati, oppure, dopo la visita, tornare a casa e ripassare sui libri o con l’ausilio di Internet. Questa vecchissima lacuna è la sintesi della negligenza di Reggio. Mater Sapientiæ ora pro nobis.
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La lapidetta in marmo che accoglie i turisti a destra del portale principale neanche si vede ed è avara, avarissima di informazioni. È un residuato di superficialità. A sua volta l’interno del santuario della Beata Vergine della Ghiara - che è straordinariamente ricco - è altrettanto tirchio di indicazioni.
Eppure chissà quanto spese l’Ente Turismo per far incidere nel marmo quel concentrato di cognomi. Vien da pensare che Reggio Emilia proprio non abbia consapevolezza del ben di Dio di patrimonio d’arte e architetture che detiene. E la Ghiara ne è l’esempio sacrosanto.
La lapide scolpita nel marmo e affissa in facciata nel secolo scorso, dà un’idea della maniera svelta e spigolosa di Reggio di esibire al visitatore la sua dotazione culturale.
La Ghiara è un tempio a tutti gli effetti. È una chiesa, è un monumento, è una pinacoteca, è un accumulatore di tradizione, fede e devozione, è proprietà del Comune ed è officiata dai Servi di Maria.
Cioè chi viene a Reggio per conoscere Reggio non può non passare di qui. Entrare nel santuario a croce greca è un felice obbligo. Ma la propensione turistica, didattica e divulgativa della basilica non è altrettanto motivante.
Non c’è un dipinto, una statua, un altare, una balaustra che si qualifichi con il titolo del soggetto, nome e cognome dell’autore, l’anno di realizzazione, qualità, caratteristiche e un poco di storia. È chiedere troppo? L’occhio del visitatore cerca le didascalie, ma incontra soltanto l’invocazione “offerte” un altare dopo l’altro, una cappella dopo l’altra.
Il sistema di “accoglienza” turistica fuori e dentro il santuario è antiquato, pressoché inesistente. E considerando che il luogo in questione è sacro, traduco il turista in fedele in cerca di radici e documenti storico-artistici. Così che - per eccesso - la basilica meta della devozione storica dei reggiani rischia di limitarsi a loro, per tradizione. Ma non accende nuovi interessi, altri avvicinamenti.
All’esterno, nelle due bacheche sottovetro, c’è un biglietto che informa sugli orari di apertura della chiesa, sull’orario delle mese, su quello della recita del rosario e, infine, sulla modalità delle visite turistiche. Testuale: “Nei tempi liberi delle celebrazioni. Prenotazione telefonica: 0522 439707. Si richiede rispetto del luogo sacro. Sono vietate foto e video riprese”.
Bene, Ho rispettato le richieste e le regole. All’interno ad accogliere il visitatore/fedele c’è soltanto un trapassato armamentario che con la tecnologia corrente riporta al mesozoico.
Vicino alle porte minori sono disponibili quegli affari dai quali sono visibili i dettagli delle opere d’arte, tipo diapositive, mentre dalla cornette qualcuno fornisce una spiegazione.
Come dire: sta qui fermo che ti racconto la pala che sta dall’altra parte del santuario. Il turista oggi è esigente, si immerge nel virtuale per affrontare in diretta il reale. E la basilica della Ghiara è uno spazio capitale dove mettere in pratica l’accoglienza, nel pieno rispetto del luogo che - lo ripeto - è sacro. Luogo capitale perché, senza alcun tipo di spiegazione, è inevitabile perdersi o lasciar perdere.
Perché la Ghiara è un articolatissimo sistema di simboli, letture, interpretazioni, codici. Dalle pale alle balaustre, dai cartigli ai riccioli, dagli stemmi araldici alle cornici. Per meglio capirci: il suo apparato artistico dalle cupole in giù e viceversa, incarna una grammatica dalla quale intendere Vecchio e Nuovo Testamento, l’immagine di Maria, e di conseguenza il senso del miracolo di Marchino, facendo atterrare la storia universale della Salvezza qui a Reggio, sull’antico greto della Ghiara.
Se questo non è dato a sapersi o a vedersi, a farsi apprezzare, la visita alla Ghiara si riduce, si penalizza, può deludere. Ma non c’è soltanto il “dentro” a non esplicarsi. C’è pure il “fuori”. Ovvero i chiostri, quello piccolo e quello grande, raggiungibili dall’ingresso dello slanciato porticato che da piazza Gioberti accompagna alla basilica. Accanto alla porta ci sono altre tabelle, nuovi avvisi.
Il solito in marmo, sempre murato dall’Ente Turismo nel secolo scorso, e puntualmente avaro e secco, addirittura dubitativo, tre righe in tutto: “Chiostro dei Servi - Fu costruito, forse, dal Balbo, agli inizi del 600”. Tutto qui. Ad altezza degli occhi, più sotto quindi, è applicato al muro un avvisatore trasparente che annuncia: “Museo della Ghiara, scrigno dei tesori della città, corso Garibaldi 44 Reggio Emilia. Aperture straordinarie con visite guidate. Sabato 3 settembre ore 21.00, domenica 4 settembre ore 21.00”.
È evidente che quelle visite straordinarie al Museo della Ghiara si sono svolte in occasione della festa settembrina. Ma ora siamo in novembre e l’avviso è ancora lì tranquillo e intoccato. Quale settembre?
Di grande interesse il Museo e Tesoro della basilica della Ghiara. Per volontà della Fabbriceria del santuario e dei Musei Civici è stato istituito nel quadrante dei chiostri nel 1982. Questa istituzione è compresa e bene illustrata nel sito che il Comune di Reggio dedica ai musei e alle collezioni. Il Museo della Ghiara è rappresentato con l’icona stilizzata della corona che nel Seicento la popolazione reggiana donò alla Madonna per lo scampato pericolo della peste.
Il percorso di visita - spiega il sito comunale - è costituito da tre sale espositive e da uno spazio dedicato alla didattica dove è custodita la cosiddetta “sinopia” dell’affresco della Madonna della Ghiara, dipinto da Giovanni Bianchi detto il Bertone nel 1573 su disegno di Lelio Orsi. Interessante.
Ma come al solito questo museo interiore non è pubblicizzato con decisione all’esterno. Davvero un peccato. E dire peccato per un tempio, così caro e fulgido, stavolta davvero ci sta. E si può.
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