Quando i caseifici erano protagonisti del boom economico
Rubiera: oggi la presentazione di un libro su San Faustino il primissimo complesso industriale simbolo di un’epoca
RUBIERA. Il caseificio industriale di San Faustino, ciò che era moderno e che oggi è già passato. Un pezzo di storia di Rubiera, del Parmigiano Reggiano, della nostra Emilia. Oggi alle 17 al Foro Boario di Modena, negli spazi della Fondazione Fotografia, verrà presentato “The Dairy. Images for the Italian Countryside”, volume fotografico realizzato da William Guerrieri dedicato al caseificio industriale di San Faustino di Rubiera, forse il primissimo complesso simile realizzato in un circuito caseario allora in grande espansione e ancora legato a modelli agricoli rurali, con tanti piccoli “caselli” in cui conferivano il latte i pochi produttori di ogni borgata.
Guerrieri, fotografo, collezionista, referente dell’associazione fotografica Linea di Confine recente protagonista di Fotografia Europea, è un modenese che conosce benissimo Rubiera, paese dove ha lavorato per decenni come operatore culturale in Comune. Ha dedicato il volume a una parte importante della storia economica, agricola e culturale non solo rubierese, ma di questa fetta di Emilia ritrovatasi improvvisamente ricca.
Il libro si chiama “The Dairy”, scelta anglofona volutamente ambigua: “Dairy” vuol dire caseificio, ma è facile confondersi con “diary”, il diario. «E questo è un lavoro fatto su quella che era la latteria industriale di San Faustino – dice Guerrieri – ma è anche un racconto, una memoria su quel complesso e sul passaggio circostante. Quello che mi interessa è mostrare il rapporto del contemporaneo con la modernità, con quella che un tempo era modernità e che oggi è già passato. E forse dovremmo davvero iniziare a interrogarci su come la nuova modernità, la tecnologia attuale possa conciliarsi con una buona qualità della vita». Il tema non riguarda solo Rubiera, anzi; il libro è realizzato in collaborazione con un importante istituto culturale tedesco, la Photograpische Sammlung di Colonia, con un testo della direttrice Gabriele Conrath-Scholl. Le tante bellissime foto degli anni ’60 si mischiano a quelle della desolazione odierna, evocative ma in tutt’altro senso. Il caseificio fu inaugurato all’inizio degli anni ’60 e chiuso nel 2006. All’epoca ha rappresentato una rivoluzione rispetto a una filiera che viveva quotidianamente di ruralità spinta, e ha conosciuto grande visibilità come modello promozionale: «Il Consorzio del Parmigiano Reggiano ha spinto molto quella latteria, vi sono non a caso anche alcuni scatti di un grande fotografo come Stanislao Farri, commissionati proprio dal consorzio», rivela Guerrieri. «Immagini che mostrano un caseificio moderno, meccanizzato, ma in cui allo stesso tempo si mantenevano le tradizioni e la qualità della vecchia produzione manuale. Per quegli anni era una rivoluzione, poteva arrivare a lavorare una dozzina di forme al giorno, e all’epoca era una cifra molto elevata». (adr.ar.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
