Gazzetta di Reggio

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«La vittoria di Hillary non è così scontata»

di Ambra Prati
«La vittoria di Hillary non è così scontata»

Il giornalista di Sky Andrea Bonini è un esperto di politica americana: «Trump ha già fermato Bush»

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REGGIO EMILIA. «Donald Trump spaventa più la stampa e l’economia che non la gente comune. Anzi, i newyorchesi gli sono riconoscenti». Andrea Bonini, 42 anni, giornalista reggiano approdato a Sky Italia, per motivi professionali ha passato lunghi periodi nella Grande Mela: quest’anno è rimasto negli Stati Uniti da gennaio a giugno e ieri – visto che il suo compito sarà seguire le reazioni italiane all’esito del voto più atteso – è tornato dopo dieci giorni tra Atlanta (Georgia) e New York. «A New York Trump ha una sua credibilità: negli anni ’70, quando la metropoli aveva tassi di criminalità altissimi, il miliardario contribuì alla riqualificazione della città. Per profitto personale e incassando lauti contributi pubblici, certo: ma costruì e investì a Brooklyn e Manhattan, dall’Hotel Hyatt a fianco della stazione Grand Central al Ring (la pista di pattinaggio di Central Park), poi con le varie Trump Tower. Credette nella rinascita di Manhattan, perciò i newyorchesi gli sono grati».

Chiunque sarà il vincitore, Trump, secondo l’addetto ai lavori, ha già vinto la sua battaglia: «Il fatto che alle primarie i democratici puntassero sulla Clinton e i repubblicani su Jeb Bush (il fratello di George W.), ex governatore della Florida, la dice lunga: c’è stata una ribellione del popolo americano prima ancora che si arrivasse alle elezioni, un fastidio verso un sistema di potere fossilizzato sulle dinastie familiari scalzato dal miliardario – prosegue Bonini – Comunque vada, Trump passerà alla storia per aver sbarrato la strada a un altro Bush alla Casa Bianca».

Un altro elemento indubbio, secondo Bonini, è la scarsa simpatia che suscita Clinton. «Hillary non piace neppure all’elettorato democratico di qualunque estrazione sociale: è un dato di fatto. Le proiezioni le conferiscono un lieve margine di vantaggio, più per timore del cambiamento che per appeal personale. Oggi non trovi un americano che, al microfono, ammetta di votare Trump. Come accadeva in Italia per Berlusconi: però Berlusconi ha sempre vinto».

Sul pronostico, il giornalista non si sbilancia: «La partita è assolutamente aperta. Ricordiamo che solo il 40% dell’elettorato americano va alle urne; il restante 60% non partecipa alla vita politica. Su questo zoccolo duro del 40% Hillary non dovrebbe avere problemi, ma l’elettorato sommerso è la grande incognita. È il meccanismo che portò alla elezione di Obama, che riuscì a mobilitare una fetta di elettori mai andati ai seggi. Trump potrebbe fare lo stesso, per motivi diametralmente opposti? Nessuno lo può dire». Visti anche i precedenti: «Nel 2004 ho seguito Bush contro Carry. I pronostici davano per scontata la vittoria di John Carry, invece fu eletto George W. Bush. Di certo questa è una campagna sottotono: l’impressione è che gli americani, potendo, voterebbero il terzo candidato che non c’è».

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