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«In un partito bisogna sapere anche stare zitti»

di Adriano Arati
«In un partito bisogna sapere anche stare zitti»

Referendum, caos Pd: Villiam Orlandini, militante da quarant’anni «C’è una frattura generazionale ma essere giovani non significa aver ragione»

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REGGIO EMILIA. «Oggi non servono gli ultras, serve il senso di responsabilità. Un partito non è una caserma, tutti devono poter dire la propria, e poi si va avanti, magari trattenendosi dal parlare ogni tanto».

Villiam Orlandini è un volto storico della sinistra cittadina, da quarant’anni impegnato prima nel Pci e poi nelle varie filiazioni che hanno portato sino al Partito Democratico.

Ex consigliere comunale, storico volontario e riferimento di FestaReggio, oggi impegnato come presidente del circolo Orologio, riflette sull’attuale situazione del Pd e sugli appelli alla coesione lanciati nei giorni scorsi – con una serie di telefonate, effettuate e ricevute, dai big nazionali del partito – dal segretario provinciale Pd Andrea Costa.

«Io sono assolutamente d’accordo con Costa quando parla di mantenere coesione, e di unità. Dobbiamo salvaguardare l’unità del partito, del governo, del Paese e delle amministrazioni locali», ragiona.

E «non mi convince chi, da una parte o dall’altra, urla “fuori, fuori”. Se poi si arriva a una rottura, una ricucitura diventa molto difficile. Ci vuole la voglia di spegnere le micce, non di accenderle. E direi a tutti di stare attenti, a chi pensa da ogni lato di far nascere qualcosa di nuovo: si fa presto a perdere i Comuni, e il Paese. Oggi i cambiamenti sono molto rapidi».

Per Villiam Orlandini la necessità è di «inglobare persone che abbiano un senso di responsabilità».

Al di là dei singoli momenti caldi, a partire dal referendum: «Forse ha sbagliato anche chi se l’è voluto intestare. I primi devono mostrare responsabilità: se loro mostrano senso di responsabilità, aiutano ad averne anche le truppe, e le responsabilizzano. E allo stesso tempo ridimensionano gli ultras».

Il citato referendum però rischia di spaccare il partito, con mesi di battaglie di logoramento su ambo i fronti: «Io ho aderito al comitato per il Sì del mio quartiere e mi impegno in questo senso. Non so però se sia stato giusto legare strettamente il referendum con la legge elettorale. Quello è un tema per addetti ai lavori, qui invece si è parlato solo per slogan».

E le incrinature, anche con leader come Bersani, si vedono: «Non c'è niente di male a fare delle telefonate. Io sono uno che ha votato Bersani e che adesso fa un po’ fatica a capirlo. Qualche sbilanciamento lo ha creato, diciamo. Allo stesso tempo sono convinto che un partito non sia una caserma. Tutti devono poter dire la propria, non è demagogia: se qualcuno è in un partito da 40 anni, come lo sono io, vuol dire che ha anche mandato giù dei magoni. E a volte è stato zitto. Sono stato in maggioranza come in minoranza, ma si porta pazienza e si sta zitti».

Un ragionamento figlio di un’esperienza politica lunga e articolata, in partiti decisamente più strutturati di quelli odierni. «Io non amo parlare del passato, allora c’era il centralismo democratico e si marciava uniti, è vero. Ma le posizioni sono sempre state molto diverse. Basti pensare al Pci anni ’70: c’erano i miglioristi, c’era l’area Ingrao, c’era Cossutta, c’era Berlinguer che cercava di restare in mezzo. In un partito le posizioni diverse sono normali e ci vogliono, all’epoca si cercava la sintesi, a volte si stava zitti e si portava pazienza», ricorda.

E questa è l’unica strada: «Se ho avuto una lunga storia politica, è perché ho sempre cercato di dare giudizi con mia testa. Le persone passano, ma il partito e il Paese rimangono. Per quanto riguarda l’oggi, certo c'è una frattura anche generazionale, ma non è solo colpa di Renzi. In Emilia c’è stato un certo immobilismo che ha favorito le novità. Pur sottolineando che essere giovani non significa sempre necessariamente essere migliori e aver ragione».

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