«In un partito bisogna sapere anche stare zitti»
Referendum, caos Pd: Villiam Orlandini, militante da quarant’anni «C’è una frattura generazionale ma essere giovani non significa aver ragione»
REGGIO EMILIA. «Oggi non servono gli ultras, serve il senso di responsabilità. Un partito non è una caserma, tutti devono poter dire la propria, e poi si va avanti, magari trattenendosi dal parlare ogni tanto».
Villiam Orlandini è un volto storico della sinistra cittadina, da quarant’anni impegnato prima nel Pci e poi nelle varie filiazioni che hanno portato sino al Partito Democratico.
Ex consigliere comunale, storico volontario e riferimento di FestaReggio, oggi impegnato come presidente del circolo Orologio, riflette sull’attuale situazione del Pd e sugli appelli alla coesione lanciati nei giorni scorsi – con una serie di telefonate, effettuate e ricevute, dai big nazionali del partito – dal segretario provinciale Pd Andrea Costa.
«Io sono assolutamente d’accordo con Costa quando parla di mantenere coesione, e di unità. Dobbiamo salvaguardare l’unità del partito, del governo, del Paese e delle amministrazioni locali», ragiona.
E «non mi convince chi, da una parte o dall’altra, urla “fuori, fuori”. Se poi si arriva a una rottura, una ricucitura diventa molto difficile. Ci vuole la voglia di spegnere le micce, non di accenderle. E direi a tutti di stare attenti, a chi pensa da ogni lato di far nascere qualcosa di nuovo: si fa presto a perdere i Comuni, e il Paese. Oggi i cambiamenti sono molto rapidi».
Per Villiam Orlandini la necessità è di «inglobare persone che abbiano un senso di responsabilità».
Al di là dei singoli momenti caldi, a partire dal referendum: «Forse ha sbagliato anche chi se l’è voluto intestare. I primi devono mostrare responsabilità: se loro mostrano senso di responsabilità, aiutano ad averne anche le truppe, e le responsabilizzano. E allo stesso tempo ridimensionano gli ultras».
Il citato referendum però rischia di spaccare il partito, con mesi di battaglie di logoramento su ambo i fronti: «Io ho aderito al comitato per il Sì del mio quartiere e mi impegno in questo senso. Non so però se sia stato giusto legare strettamente il referendum con la legge elettorale. Quello è un tema per addetti ai lavori, qui invece si è parlato solo per slogan».
E le incrinature, anche con leader come Bersani, si vedono: «Non c'è niente di male a fare delle telefonate. Io sono uno che ha votato Bersani e che adesso fa un po’ fatica a capirlo. Qualche sbilanciamento lo ha creato, diciamo. Allo stesso tempo sono convinto che un partito non sia una caserma. Tutti devono poter dire la propria, non è demagogia: se qualcuno è in un partito da 40 anni, come lo sono io, vuol dire che ha anche mandato giù dei magoni. E a volte è stato zitto. Sono stato in maggioranza come in minoranza, ma si porta pazienza e si sta zitti».
Un ragionamento figlio di un’esperienza politica lunga e articolata, in partiti decisamente più strutturati di quelli odierni. «Io non amo parlare del passato, allora c’era il centralismo democratico e si marciava uniti, è vero. Ma le posizioni sono sempre state molto diverse. Basti pensare al Pci anni ’70: c’erano i miglioristi, c’era l’area Ingrao, c’era Cossutta, c’era Berlinguer che cercava di restare in mezzo. In un partito le posizioni diverse sono normali e ci vogliono, all’epoca si cercava la sintesi, a volte si stava zitti e si portava pazienza», ricorda.
E questa è l’unica strada: «Se ho avuto una lunga storia politica, è perché ho sempre cercato di dare giudizi con mia testa. Le persone passano, ma il partito e il Paese rimangono. Per quanto riguarda l’oggi, certo c'è una frattura anche generazionale, ma non è solo colpa di Renzi. In Emilia c’è stato un certo immobilismo che ha favorito le novità. Pur sottolineando che essere giovani non significa sempre necessariamente essere migliori e aver ragione».
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