Quell'Apocalisse che non c'è
Da Trump al referendum, i pericoli agitati dietro ogni votazione
REGGIO EMILIA Sono ormai passati quindici anni abbondanti da quando ci venne calata sulle teste la parola “globalizzazione”, presentata come lo strumento che avrebbe guidato il mondo verso una nuova era di benessere e di progresso. Pochissimi, se ben ricordo, pronunciarono la parola “pace” ma quasi nessuno ci fece caso.
In questi ultimi quindici anni abbiamo vissuto (e ancora stiamo vivendo) una crisi economica effettivamente globalizzata che a fronte di una sempre più ristretta fascia di ricchi pone una voragine chiamata povertà nella quale sono cadute fasce di cittadini o intere popolazioni, senza nessuna prospettiva concreta di risollevarsi nell’arco della generazione presente. La fila dei dipendenti della Lemhan Brothers che se ne uscivano mestamente dall’ufficio con le proprie scartoffie in uno scatolone si è allungata con la fila degli operai davanti ai cancelli di fabbriche chiuse. E in questi anni praticamente a nessuno, a livello politico, è venuto in mente di pensare a un modello alternativo a questo sistema economico dominato dalla finanza e non dall’economia produttiva. È come se la classe dirigente mondiale (anche questa effettivamente globalizzata) non abbia mai preso seriamente in considerazione di essere messa da parte.
Invece le cose stanno andando diversamente perché, incredibile a dirsi, c’è anche chi non vuole essere disperso nel mare indistinto della globalizzazione. Solo pochi mesi fa la campagna referendaria britannica sull’uscita dall’Unione europea fu condotta agitando spettri di rovina. Risultato? L’Europa andò a letto rasserenata dai sondaggi e si svegliò di fronte allo spettro dell’Apocalisse Brexit. La mattina, alle 7, i primi notiziari comunicarono al mondo che la Brexit aveva causato il crollo della Borsa di Tokyo. Non una parola circa le conseguenze sui posti di lavoro o, molto più banalmente, sul prezzo del pane. Come sempre, tutto veniva giudicato sull’unico mercato che sembra contare qualcosa, quello della politica-finanza. Oggi i britannici hanno i loro bravi problemi da risolvere con la Brexit, ma certamente hanno dato un segnale.
Meno di 48 ore fa il mondo si assopiva convinto di risvegliarsi con una donna a capo della prima potenza
mondiale, una anziana donna che non comunicava entusiasmo ma che appariva come il male minore di fronte a una nuova Apocalisse, questa volta quella dell’impresentabile ciuffone politicamente scorretto. Invece Trump ha vinto, anzi ha stravinto. Sarà anche vero che gli americani hanno votato con la pancia ma la pancia è il luogo da cui è partito non tanto il voto dei sostenitori di Trump quanto il voto di quelli che hanno abbandonato la Clinton, spazzando via insieme a lei il senso di ineluttabilità per un andazzo sociale, economico e politico dominato da pochi e inavvicinabili tavoli. Non a caso, ancora una volta le prime notizie dopo la vittoria di Trump non hanno riguardato la costruzione dei muri al confine messicano ma la reazione (negativa, tanto per cambiare) delle Borse. Le prime notizie, insomma, non interessavano il cittadino qualunque ma l’elite economica e finanziaria.
Ad ogni appuntamento che comporta l’espressione diretta di un’opinione (in parole povere, ad ogni votazione), pare ci sia sempre pronto nel cassetto lo spettro di una qualche inesorabile Apocalisse, come se da un’urna potesse uscire una sorta di suicidio collettivo determinato dall’irrazionalità. Sta capitando anche in Italia, con il delirio Clinton-Trump trasferito sul sì o sul no al referendum costituzionale. Con il risultato che di questo referendum si sta perdendo giorno per giorno il senso, come se dal sì o dal no dipendessero non solo il Senato ma anche il Governo, l’economia, il lavoro, la rata del mutuo e forse anche la stessa democrazia.
A sorprendere non è tanto che un politico-burocrate – riferendosi ai soldi che l’Italia vuole spendere per terremotati e profughi – se ne esca con un “me ne frego” che riporta alla memoria qualcun altro che in Italia lo diceva fra anni 20 e anni 40; sorprende invece che nemmeno in Europa si sia sfiorati dall’idea che a fronte di lontanissimi tavoli politici e finanziari ci sia una moltitudine di europei che a quei tavoli non mira più ad avvicinarsi, preferendo invece spazzarli via.
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