«Sanità e ricerca a rischio con Trump»
Maurizio Scaltriti dal 2013 lavora al Cancer Center di New York: «A milioni di persone verrà rifiutata l’assistenza sanitaria»
CORREGGIO. Scrivo questo pezzo in un volo tra Miami, dove sono andato per lavoro, e New York City, dove risiedo. Sono ancora sotto shock, come milioni di cittadini che come me vivono e lavorano in Usa. Mi sono svegliato con Trump presidente. In molti avevamo paura, ma quasi nessuno tra i sostenitori di Hillary credeva veramente nella vittoria di Trump.
Ma questo è l'anno delle sorprese. Prima la Brexit, poi il voto contrario alla risoluzione della Farc in Colombia; ed ora questo. È difficile prevedere cosa possa succedere quando a qualcuno come Donald Trump danno il potere di muovere le redini della prima potenza mondiale. Una cosa è certa, questo voto riflette pienamente l'esistenza di due Americhe profondamente diverse, una progressista ed aperta contrapposta ad una sempliciotta e provinciale.
Mi è stato chiesto di dare un parere su come sarà il prossimo futuro della sanità in Usa. Ho seguito da vicino i vari dibattiti tra Trump e Clinton e letto il programma elettorale del candidato repubblicano sul tema della sanità. Premetto che per Trump non è mai stata una priorità spiegare in maniera dettagliata i vari punti del suo programma. E già questo dovrebbe far riflettere. In ogni caso, la prima cosa che farà Trump sarà cercare di demolire la riforma sanitaria approvata da Obama, la cosiddetta “Obamacare”. Offrire assistanza sanitaria a milioni di persone che non ne avrebbero accesso per i proibitivi costi delle assicurazioni non sembra una buona idea al nuovo presidente. La considera uno spreco di denaro e un onere insostenibile per il paese. E non ha perso l'occasione, nemmeno parlando di sanità, di ricordare che una delle fonti di questo “spreco” è l'assistenza agli immigrati sprovvisti di documenti. Quindi, uno dei punti del suo programma mirati a contenere le spese sanitarie è appunto la lotta all'immigrazione illegale. Questa misura si tradurrà in rifiuto all'assistenza sanitaria a milioni di persone.
Un secondo punto è quello di permettere il libero mercato delle varie assicurazioni, senza barriere tra i vari stati. Questo, a suo parere, dovrebbe far abbassare i costi per la maggiore competizione tra le imprese che offrono varie coperture sanitarie. Ricordo ai lettori che normalmente il datore di lavoro copre la maggior parte delle spese per l'assicurazione sanitaria, che può arrivare a costare anche parecchie migliaia di dollari l'anno. Questo è uno dei motivi per cui in Usa è piuttosto normale vedere persone anche molto anziane svolgere lavori modesti perché non possono permettersi pensione e costi sanitari.
Ovviamente un abbassamento di questi costi sarebbe auspicabile. Pero in realtà, a mio parere, questo non succederà. È molto difficile pensare che in un paese dove la sanità è organizzata quasi come un servizio a scopo di lucro (la prima cosa che chiedono ad una visita è la tessera dell'assicurazione) le varie assicurazioni non si mettano d’accordo per mantenere alti i costi. Per dare un'idea, una risonanza può costare 5.000 o 6.000 dollari, una epidurale di cortisone per dolori alla colonna vertebrale 4.000 dollari e una ammissione al pronto soccorso per superare i 1.000 dollari. Per non parlare di cose più serie come interventi chirurgici di routine, che arrivano normalmente a decine di migliaia di dollari, o a farmaci antitumorali con costi che possono superare i 100.000 dollari a paziente.
Un'altra “riforma” del suo programma riguarderebbe una maggiore flessibilità nei confronti delle compagnie farmaceutiche per la introduzione e commercializzazione di farmaci meno cari, magari importandoli da paesi stranieri. Ovviamente non ci sono dettagli in merito e, onestamente, mi risulta molto difficile pensare che le varie compagnie farmaceutiche facciano improvvisamente a gara per commercializzare farmaci generici o meno cari.
Un'altro aspetto che mi tocca da vicino è la ricerca biomedica. Solitamente la vittoria di un partito conservatore non è mai una buona notizia per la ricerca, che è per definizione basata sul progresso scientifico. E la vittoria di un imprenditore che non crede nemmeno nel cambio climatico e per il quale l'ambiente non è sicuramente tra le priorità (anche il recente accordo sul cambio climatico rischierà di essere stracciato da Trump) non fa presagire nulla di buono. Staremo a vedere cosa succede nei prossimi mesi, ma non mi sorprenderebbe assistere ad un taglio dei fondi per la ricerca.
Per riassumere, credo che molti operatori sanitari, soprattutto delle coste est e ovest, e la stragrande maggioranza della comunità scientifica nazionale e internazionale siano amareggiati e preoccupati dall'esito elettorale. Credo che siano in molti, io incluso, a pensare che eravamo pronti a tutto, ma non a questo.
Maurizio Scaltriti
ricercatore
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
