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Rompiamo l’anonimato di Reggio

Stefano Scansani
Rompiamo l’anonimato di Reggio

La domenica: l'editoriale del direttore Stefano Scansani sulla situazione museale e culturale di Reggio Emilia

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REGGIO EMILIA. Silenzio assenso. Per la bellezza di un mese - tanto è durato il ritmo d’uscita della nostra inchiesta sui musei cittadini - nessuno ha detto niente. Non una parola, una replica, una nota di smentita, un “non è vero”, neanche una promessa di intervento e miglioramento.

Eppure “Visite clandestine” non è stato un servizio giornalistico soft e una tantum: l’inchiesta della Gazzetta è stata amministrata in 8 puntate, dal 9 ottobre al 6 novembre. Abbiamo evidenziato le insufficienze, le contraddizioni e le arretratezze del sistema museale reggiano.

Vengo al dunque. Quali sono state le reazioni dei responsabili del sistema museale e degli assessori? Zero.

Solo oggi rispondono ad alcune domande il sindaco Luca Vecchi che è anche assessore alla cultura e la dirigente Elisabetta Farioli. Unicamente perché li abbiamo cercati e sollecitati a replicare, doverosamente. Altrimenti ci sarebbe stato un vuoto pneumatico, strategico.

Lo sappiamo bene. Esiste una sofisticata (non tanto) tecnica politica di autodifesa, conscia che un giornale dura un giorno, che un’inchiesta ha una vita biologica: passata la fase acuta tutto torna come prima, oplà. La tensione si esaurisce. Ciò che conta è non reagire.

Quel che è invece certo è che i musei rimangono, quanto il sindaco Vecchi e come la dirigente Farioli. Di conseguenza siatene certi, la Gazzetta non esaurirà la sua attenzione nei confronti delle potenzialità culturali, artistiche e turistiche, e batterà sull’incudine. Come è avvenuto per Palazzo San Francesco, il Museo della Psichiatria, la Galleria Parmeggiani, il Museo Sarzi, il Museo del Tricolore, il santuario della Ghiara. Mentre appartengono ad altre gestioni il Museo Diocesano e la Collezione Maramotti.

Che cosa risulta dalla somma delle puntate di “Visite clandestine”? Che il patrimonio culturale è largo e articolato, ma soffre di almeno due macro contraddizioni.

La prima macro contraddizione: gli orari di apertura delle istituzioni culturali che non combinano con l’“orologio dei visitatori” e inchiodano Reggio Emilia a città da vedere in mezza giornata.

La seconda macro contraddizione: in certi casi la vecchiezza degli allestimenti e l’assenza di spiegazioni interne ed esterne ai musei condannano l’offerta all’anonimato e al sorpasso.

Questi due dolori si originano o producono una sola patologia: la difficoltà di avere ed esibire con orgoglio una storia e un presente identitari. Stop.

Provo a tradurre con semplicità questo concetto un po’ roboante uscendo dalla critica e rilanciando la proposta di liberare Reggio (città oggi in piena mutazione e rilevante riposizionamento) dalla sua aria anonima. Di fronte alle sorprese del proprio passato e della loro contemporaneità, bisogna che i reggiani provino a smettere di dire “non sembra neanche di essere a Reggio”.

Ci sono cose, storie, tesori, pezzi d’arte, situazioni, luoghi urbani e architetture che vanno rispettati e promossi. Essi sono la nostra firma, cioè ben altro e ben oltre il concetto sbagliato di museo (inteso come deposito, sgabuzzino, granaio, baule della memoria). Bastano l’impossibilità di leggere lo squisito gioco del vero-falso-vero della Galleria Parmeggiani oppure l’analfabetismo storico-artistico della Ghiara (non c’è un cartello informativo accanto alle opere) per mandare in bestia il turista. E anche noi cittadini residenti.

Smettiamola di esclamare “non sembra neanche di essere a Reggio” di fronte alle sorprese non anonime di questa città. No, ci siamo eccome. E dobbiamo starci.

Di conseguenza servono un piano di adeguamento dei musei, una identificazione della città dei tempi nostri, perciò un assessore.

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