«Anni straordinari a Mancasale»
«Si lavorava sodo, ma se scendeva Tomba eravamo tutti davanti alla tivù»
REGGIO EMILIA. «Mi mancano quegli anni, certo, e non soltanto per una mera questione anagrafica».
Roberto Ballabeni ricorda quell’epopea con grande nostalgia, gli anni in cui in quel capannone di Mancasale si lavorava quasi senza sentire la fatica, sentendosi parte di qualcosa che definire “famiglia” è probabilmente un po’ eccessivo, ma che tuttavia non può nemmeno esser definito soltanto un ambiente di lavoro.
Perché scegliendo Reggio Emilia come “rampa di lancio” delle sue idee in Italia e nel vecchio continente, Steve Jobs era riuscito a contagiare tutti con la filosofia che negli anni ha reso Apple qualcosa di unico.
Sicuramente, qualcosa di unico era lavorare in quel capannone a Mancasale.
«Erano gli anni in cui la produzione non conosceva pause e noi tutti - ricorda Ballabeni - eravamo chiamati a veri e propri tour de force per rispettare i tempi degli ordini. Ciò nonostante, c’erano dei riti a cui non si sfuggiva. Ricordo ad esempio che tutto si fermava quando scendeva Alberto Tomba in Coppa del mondo».
Poi ogni anno la Apple organizzava momenti di socialità per i dipendenti: gite collettive in giro per l’Italia o tornei sportivi come quello che portò a Reggio un giovane dirigente di Apple Italia come Diego Piacentini, oggi numero 2 di Amazon e consulente di Renzi per la digitalizzazione.
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