Gazzetta di Reggio

Reggio

«Il ristorante di Montecchio era del boss»

di Enrico Lorenzo Tidona
«Il ristorante di Montecchio era del boss»

Il pentito Giglio al processo Aemilia ricostruisce gli incontri con Nicolino Grande Aracri, che avrebbe investito direttamente quote nel Millefiori

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REGGIO EMILIA. La moglie del boss che comanda in nome del marito. Lui, che quando esce dal carcere, si lamenta perché il “suo” ristorante, il Millefiori di Montecchio nel quale aveva investito, è un buco nell’acqua. I direttori di banca che avallano operazioni spericolate e infine i viaggi in auto da un capo all’altro della provincia di Reggio per andare a chiamare gli amici, evitando così telefoni e intercettazioni.

Parla come un fiume in piena Giuseppe Giglio, l’imprenditore calabrese di Montecchio Emilia diventato collaboratore di giustizia: l’unico pentito nel processo Aemilia contro la ’ndrangheta in Emilia. Pino Giglio, il ragioniere, il mago delle fatture false e gonfiate, il bancomat della cosca Grande Aracri, già condannato a 12 anni di carcere e ora perno dell’accusa della procura antimafia di Bologna. Il pm Beatrice Ronchi, ieri, durante la seconda udienza fiume dedicata al pentito, lo ha incalzato, chiedendogli la ricostruzione dei suoi incontri con il boss Nicolino Grande Aracri. «Lo avevo incontrato da ragazzo, poi era stato più volte in carcere e non l’ho più visto - racconta Giglio da una stanza spoglia, al microfono e in video collegamento da una località segreta e sicura, assistito dal suo avvocato Luigi Li Gotti. «Dopo la scarcerazione di Nicolino nel 2011, sono stato chiamato da lui per la prima volta tramite Palmo Vertinelli che mi chiese se volevo andare con lui a Cutro in agosto. Così ci recammo lì durante una fase in cui Grande Aracri era libero. Ricordo che l’incontro è stato all’entrata di Cutro in un magazzino. Sulla sinistra c’era la caserma dei carabinieri. Nicolino è arrivato con Antonio Gualtieri: poi si è appartato un attimo con Palmo, e io mi sono presentato a Gualtieri che non conoscevo ancora. Sapevo che aveva una grossa azienda edile a Reggio, la Editetto (in realtà Ediltetti, ndr). Ci siamo stretti la mano. Poi Nicolino ci disse che se c’erano degli affari, degli investimenti potevamo rivolgerci a Gualtieri che essendo presente su Reggio era lui il riferimento. In un eventuale arresto di Nicolino ci si poteva affidare a Gualtieri». Giglio viene a conoscenza da Palmo dell’intervento de Le Castelle, villaggio di cui Nicolino «teneva il 50% delle costruzioni». «Nel 2011 Nicolino chiese il 50% delle proprietà alle Castelle e farle passare tramite Alfonso Diletto». Giglio conferma che «Pino Vertinelli mi disse che Nicolino aveva le quote del ristorante Millefiori» poi sequestrato. Diletto, invece, «partiva da Brescello e veniva a Gualtieri e ci tornava se non mi trovava. Non usava il telefono» racconta Giglio, per paura delle intercettazioni. Poi un altro incontro a Cutro con il boss per delle fideiussioni bancarie che «servivano per acquistare del materiale. Poteva avvenire perché c’erano i direttori delle banche che erano d’accordo».

Una girandola d’affari, spiegati con estrema lucidità da Giglio, uomo acuto e con una memoria di ferro, che ha generato soldi veri alla cosca con la carte e senza le pistole.

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