In aula foto shock sulla morte di Marco
Piangono i genitori, il fratello scampato urla: «Non ce la faccio, io c’ero!». La fidanzata: «Minacce a Matteo dai due albanesi»
QUATTRO CASTELLA. Dolore, ferocia, lacrime, tensioni, immagini terribili.
E’ un processo a tinte forti quello che ieri – in Corte d’assise a Reggio – ha proposto la prima vera udienza in cui si è entrati fra le pieghe di quanto accadde la notte del 2 febbraio 2015 nell’appartamento di via Coppi alle Forche di Puianello. Fra quelle quattro mura fu ucciso Marco Montruccoli e il fratello Matteo, pur gravemente ferito, si salvò per miracolo. Il pm Maria Rita Pantani non ha dubbi e incolpa gli albanesi Fatmir Hykaj e Danjel Tufa, legando il fatto di sangue ad una storia di droga.
La prima ad arrivare in quella casa dell’orrore fu la 28enne Alessia Baldi, cioè la fidanzata di Matteo che ieri per quasi due ore ha risposto ad un vero e proprio fuoco incrociato di domande, senza mai perdere calma nè lucidità. Racconta di aver conosciuto Matteo nell’estate 2014 al maneggio di Viano: dalla passione per i cavalli all’amore per un uomo che «soffriva di esaurimento nervoso e ciò l’indeboliva, gli faceva mancare le forze». Poi la tragedia. Era stata la prima ad accorrere nella casa del fidanzato («Più agitato del solito in quei giorni»). Era stato lui a chiamarla, intorno alle 19.30, dicendole: «E’ successo un casino, chiama l’ambulanza». Sapeva che i due fratelli avevano appuntamento quella sera a casa di Matteo, e quando è arrivata si è trovata davanti il corpo ormai privo di vita del fratello del compagno. «Era a pancia in giù, pieno di sangue, davanti alla porta finestra, tanto che ho dovuto fare forza per entrare. C’era tutto sottosopra. Ho chiamato i soccorsi e mentre loro operavano ho cercato di tranquillizzare Matteo, accoltellato al torace, che diceva solo «Marco è morto». Parla mentre il pm Pantani fa proiettare le immagini quei drammatici momenti. Per i familiari è un tuffo al cuore, la mamma piange, gli amici della famiglia Montruccoli (che stringono in mano la foto di Marco) sono come statue di sale. Il fratello sopravvissuto si agita, batte più volte il tacco dello stivaletto sul pavimento, poi grida: «Non è facile per me rimanere in aula. Io c’ero, la storia la so bene!». Alessia continua nella deposizione, dice di non aver visto nessuno fuggire dalla casa e, comunque, di non averci fatto caso, di non aver visto coltelli per terra. Poi il tasto più delicato: la droga e gli albanesi. Ha i due imputati davanti ma precisa che non li conosce, però specifica di aver saputo dal compagno, dopo la morte di Marco, che da parte dei due c’erano state pressioni già in precedenza e di mezzo c’era la droga: «In un’occasione Matteo era stato caricato in auto, portato nelle campagne di Albinea e minacciato con un coltello». Aggiunge che lei non si è mai drogata e che aveva saputo dallo stesso Matteo che aveva assunto droga, deducendo che era stato uno spacciatore.
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