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Giglio: «Il mio pentimento giunto dopo un anno in cella»

Giglio: «Il mio pentimento giunto dopo un anno in cella»

REGGIO EMILIA. «Perché ho scelto di collaborare con la giustizia? Io ho sempre lavorato, il fatto di ritrovarmi, all’improvviso, per un anno in carcere mi ha fatto riflettere su quanto è successo, mi...

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REGGIO EMILIA. «Perché ho scelto di collaborare con la giustizia? Io ho sempre lavorato, il fatto di ritrovarmi, all’improvviso, per un anno in carcere mi ha fatto riflettere su quanto è successo, mi sono reso conto di tante cose e mi sono pentito. A quel punto ho scritto ai pm, chiedendo di poter collaborare».

Il pentito 49enne Giuseppe Giglio ha spiegato così ieri in estrema sintesi – al termine della deposizione condotta alprocesso Aemilia sulla scia delle domande del pm antimafia Beatrice Ronchi – cosa l’abbia spinto dall’incarnare per lungo tempo la mente finanziaria del clan Grande Aracri, per poi finire nella “rete” della maxi operazione antimafia che gli ha aperto le porte del carcere dove ha maturato il convincimento che doveva tagliare netto con quella vita fatta solo d’illegalità e cominciare a collaborare con la giustizia. Nei suoi racconti – giunti ieri alla quarta “tappa” in videoconferenza con l’aula-bunker – hanno fatto capolino sia l’indicazione dei luoghi dove la cosca si riuniva (nell’ufficio di Giglio, in due bar nella zona di Pieve Modolena, nei capannoni di Michele Bolognino e nell’ufficio di Michele Colacino), sia certi affari avvenuti all’estero. Il pentito parla di macchinari ed imbarcazioni piazzati in Paesi esteri: erano stati comprati in leasing, poi venivano denunciati falsi furti. Un altro affare – ma naufragato – doveva riguardare l’Albania. «Avevo costituito – spiega Giglio – con Pasquale Riillo la società Italcantieri e, tramite un poliziotto e un avvocato bolognesi che avevano conoscenze politiche in Albania, avremmo dovuto fare un pezzo di strada. Venne coinvolto Augusto Bianchini perché aveva l’attrezzatura per fare questo tipo di lavoro. Ma tutto saltò».

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