Barricate sull'isola dell'amore
L'editoriale della domenica firmato dal direttore della Gazzetta, Stefano Scansani
Matteo Renzi al teatro Ariosto martedì ha toccato il tema dell’accoglienza definendolo un dovere dell’Italia lasciata sola in mezzo al mare dalla Ue. Il premier ha aggiunto però che gli ospiti stranieri che delinquono vanno espulsi: da noi non possono stare.
Resta come al solito da stabilire e capire se, come e dove vengono espulsi. Perché da noi l’espulsione è un elastico, va e viene. Il nostro è il Paese del bengodi (dai tempi di Boccaccio) o della cuccagna (dagli scritti di Manzoni). E fuori dalla penisola più isole comprese lo sanno tutti: uomini e donne di buona volontà e quelli senza scrupoli.
Il premier segretario non poteva non toccare la questione dell’immigrazione e quindi dei profughi a Reggio Emilia, città che sventola la bandiera del sociale e sul logo della sua carta intestata ha voluto un girotondo con l’inclusione.
Ma mentre Renzi monologava dentro l’Ariosto su referendum e dintorni, fuori i leghisti contestavano. A lunga distanza. Così in pochi che neanche si sentivano o vedevano. Contestavano con uno striscione verde-Bossi antico: “Padroni a casa nostra”.
Questo slogan vale sempre. È eterno. Vale contro tutto il mondo intorno. Padroni rispetto a chi? Casa nostra di chi? Contro gli italiani che vivevano a sud del Po (noi, che paura!) ai tempi del giovane Senatur? Rispetto ai meridionali contro i quali la Lega Nord voleva scavare fossati e stendere fili spinati? Ricordate?
Al di là del fatto che quello slogan facile facile c’entra niente con la battaglia di Renzi per il sì, Lega e populisti profittano dell’enorme confusione nella quale il Paese va frollandosi. Ogni rinvio della soluzione dei problemi, ogni crimine associato a uno straniero, ogni arrivo di attraversatori del deserto e del Mediterraneo è un soprassalto. Basta rileggere quel che è successo a Rubiera. Titolo della Gazzetta di venerdì: “’Aiuto, i profughi ci invadono’ - Gruppi di distributori di volantini scambiati per migranti”.
L’equivoco e l’abbaglio sono dietro la porta, insieme a un’ansia che non sembra (non avrà) termine. La tensione vale per i residenti e vale per gli immigrati. È il caso di Rubiera, nel suo piccolo inoffensivo, ma psicologico. È il caso di Torino, dove al villaggio olimpico 2006 diventato il villaggio dei profughi, mercoledì sera sono scoppiati incidenti tra italiani (definiti razzisti) e gli occupanti (definiti abusivi).
Le parole devono passare sul bilancino, perché l’Italia è un luogo letterario: ama le formule polite, bada quasi niente ai fatti. Gli episodi sono destinati ad acuirsi nonostante gli sforzi delle autorità per distribuire e non concentrare gli arrivi, diluire i flussi, spalmarli, quasi mimetizzarli.
Basti ricordare la notte ferrarese di Gorino, una lingua di terra deltizia dove, alla fine della fine c’è solo un faro e una spiaggia che per disarmonia della sorte si chiama Isola dell’Amore. Bene, laggiù, nell’estremità più orientale delle beneamata Emilia i pescatori di vongole hanno fatto le barricate. Le parole sono in avanscoperta con il loro tasso di retorica che vale anche per molta sinistra, per tanti progressisti che rispondono colpo su colpo ai leghisti e ai crescenti populisti. Uno dice “accogliamoli” quell’altro risponde “respingiamoli”, uno afferma che il mondo è fatto d’integrazione, quell’altro replica “Padroni a casa nostra”.
Il battibecco è ultrabasso, culturalmente volgare, con una speculazione puntata unicamente sul consenso, sul mantenimento di un lessico d'appartenenza, e non alla soluzione o all’arginatura della migrazione epocale.
Il vescovo Massimo Camisasca nell’intervista rilasciata alla Gazzetta giovedì, per la festa di San Prospero, ha detto a chiare lettere le cose come stanno e andrebbero affrontate: “Accogliere vuol dire stabilire una carta di diritti e doveri. Un migrante sarà sempre una persona non veramente integrata se non conosce almeno la nostra lingua, la nostra storia, i nostri valori. Se non impara o svolge un lavoro, se non è aiutato a stabilire relazioni”.
Il monsignore esprime ciò che tutti pensano, cioè che la parola “doveri” - da sola provoca orticaria ai nativi italici - è in via d'estinzione.
Camisasca enumera tre necessità naturali e obbligatorie: loro - gli ospiti perseguitati da guerra, povertà, clima, e attratti da cuccagna e bengodi immaginifici - per stare con noi devono capirci, imparare la lingua, chi siamo e su che cosa si basa la nostra etica collettiva che il vescovo definisce “valori”. Altra parola in via d’estinzione. E poi devono lavorare, non attendere che per loro significa disattivarsi, mortificarsi, diventare assistiti di Stato. Anzi, no, per status.
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
