«Non volevo rischi, pagavo sempre i clan»
Aemilia, il pentito Giglio accusa poi la Transcoop: «Fece lavorare Mendicino raggiunto da interdittiva»
REGGIO EMILIA. Ancora una lunga testimonianza – stavolta sollecitata dagli avvocati difensori – del pentito Giuseppe Giglio nel maxi processo Aemilia in corso a Reggio. Il 49enne, pur apparso in videoconferenza più provato del solito (ha più volte chiesto una pausa) si è dimostrato anche ieri un autentico “macinatore” di nomi, date, situazioni, operazioni societarie. Pressato dalle domande dei legali, si è spesso soffermato sui suoi rapporti con la criminalità organizzata (le cosche Arena, Nicoscia, Grande Aracri) rimarcando però di «non essere mai stato un affiliato, pur avendo rapporti».
E senza tanti giri di parole il collaboratore di giustizia ha spiegato che pagava fior di quattrini per avere protezione: «Non sono l’ultimo arrivato – rimarca – pagavo tutti per evitare gravi conseguenze. Era in corso una guerra di mafia fra gli Arena e i Nicoscia, con morti ammazzati, inoltre potevano incendiarmi i camion, intaccarmi con delle estorsioni». Giglio ha poi sottolineato che essendo la sua “specialità” quella delle bancarotte pilotate delle società per accaparrarsi gli affidamenti avuti in precedenza dalle ditte in crac, la protezione della ’ndrangheta gli avrebbe così evitato i rischi con i fornitori «nel caso si fossero rivolti a camorra e mafia per riavere i loro soldi». Ma specifica: «Non mi sono mai rivolto a nessuno per il recupero-crediti con le maniere forti, con la Giglio srl ho perso due milioni di euro di crediti!».
Parla di pagamenti in contanti di mille-duemila euro alla volta a Michele Pugliese (condannato a 7 anni e 8 masi di carcere nel primo grado del processo Zarina, ndr) che ondeggiava fra gli Arena e i Nicoscia, ma anche a Salvatore Cortese (primo pentito di ’ndrangheta, ndr) che Giglio conobbe quando era «il braccio di fuoco prima dei Dragone, poi dei Grande Aracri», aggiungendo che «passava ogni tanto, mi metteva una mano sulla spalla e io capivo...». Giglio parla di favori, gasolio e quattrini: «Una volta diedi a Cortese 5mila euro perché non riusciva a pagare l’avvocato». Entrando nei rapporti con la cosca Grande Aracri («Cominciati dall’agosto 2010, quando ebbi contatti con Sarcone, Blasco, Diletto e Valerio») il testimone è quasi lapidario: «Facevo da intermediario fra gli imprenditori e il clan per le false fatture – spiega – e sugli utili gli accordi era di dividere a metà. Relativamente alla metà che andava alla cosca, chi gestiva l’operazione poi decideva quale era la percentuale che spettava a Nicolino Grande Aracri».
Infine Giglio parla di Alfonso Mendicino (imputato di Aemilia) e dei suoi rapporti con la Transcoop: «So che Mendicino era stato raggiunto da un’interdittiva antimafia, eppure la Transcoop non lo buttò fuori, ma aveva continuato a farlo lavorare. Secondo me la cooperativa era consapevole della situazione».©RIPRODUZIONE RISERVATA
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