Gazzetta di Reggio

Reggio

«Caro presidente la nostra è passione per il cambiamento»

di ANDREA ROSSI*
«Caro presidente la nostra è passione per il cambiamento»

Referendum: il sottosegretario Rossi risponde a Caruso «Con il sì, lo spirito della Costituzione non è perduto»

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E. gregio Presidente,

ho letto con giusta attenzione, e con il rispetto che si deve a un rappresentante del potere giudiziario, la sua presa di posizione a sostegno del No. Senza ipocrisia, nel rispetto dei ruoli, confesso di essere profondamente amareggiato per il tenore del suo scritto, sia come esponente politico passato al vaglio del voto popolare, sia come convinto sostenitore (e bravo reggiano, come lei stesso, affettuosamente, definisce i suoi interlocutori), che in questi mesi ha speso energie e tempo per promuovere le ragioni del Sì.

Lo abbiamo fatto in tanti (parlamentari, sindaci, consiglieri regionali, dirigenti di partito) con quella passione che non esito a considerare molto più vicina, anche per la nostra estrazione politica, alla Resistenza: senza sentirmi dalla parte sbagliata in un ingeneroso paragone con chi, all'indomani dell'otto settembre 1943 decise di rifugiarsi a Salò in attesa di reinstaurare il regime fascista, messo in discussione dall'avanzare degli Alleati.

Perciò mi sento vicinissimo allo spirito della Costituzione che nasce dai valori della Resistenza e che fa della pluralità delle opinioni uno dei punti fondamentali. Una pluralità che ci fa giustamente esprimere visioni differenti perfino nei momenti più aspri del dibattito, come accade da oltre vent’anni in questo Paese, e non solo in questa campagna elettorale; riconoscendo le libere opinioni, ma rispettando anche il ruolo dei poteri definiti dalla nostra Carta: esecutivo, giudiziario e legislativo. Io trovo che l'equilibrio tra poteri autonomi del nostro ordinamento, che questa legge costituzionale, non a caso, non va ad alterare, rappresenti il termometro per la salute di ogni Paese democratico: e quando viene meno il rispetto tra istituzioni, si sancisce una sorta di pericoloso precedente poiché solo il profondo senso dello Stato e la stima reciproca saldano l'autonomia tra i poteri negli ordinamenti democratici.

Le tante persone che oggi sostengono il Sì con sincera passione, che porta a sottrarre tempo ai loro affetti più cari, si potrebbero sentire offese dal tenore delle sue motivazioni: e non sono mosse da “clientelismo scientifico e organizzato, del voto di scambio, della corruzione e del trasformismo”, ma in questa riforma ritrovano l'impegno politico nella sua missione profonda che è quella di non lasciare le cose come le si è trovate, ma di innestare il cambiamento, non fine a se stesso, ma per migliorare le condizioni del Paese.

Un processo questo che non inizia da un patto con il diavolo, ma dall’insediamento di Giorgio Napolitano, prosegue con un lungo dibattito parlamentare, supera le commissioni bicamerali e di saggi, e attraverso il referendum (art. 138) porta la nostra Costituzione a essere sempre più conosciuta: pertanto sono fiducioso che i cittadini il 4 dicembre voteranno non con la pancia, ma con il cervello. Per onestà intellettuale, occorre ammettere che la riforma, nel merito, è timida, poiché non modifica: il ruolo del Presidente della Repubblica, i poteri del Capo del Governo e il Titolo IV sulla magistratura. Motivi per cui non ci sono analogie con il voto del 2006 sulla riforma Berlusconi, che introduceva il semipresidenzialismo e la devoluzione su materie importanti.

La riforma, attraverso la semplificazione del processo legislativo, vuole superare il bicameralismo paritario, ridurre i costi di funzionamento delle istituzioni, fare chiarezza nel rapporto tra Stato e Regioni, riconoscere le autonome locali attraverso il Senato della Repubblica, valorizzare la partecipazione dei cittadini. Questi sono i vantaggi su cui sarebbe opportuno discutere per accrescere il livello del dibattito.

La sfida insita nella riforma è che, grazie a istituzioni rinnovate, più forti e più credibili, riusciremo a definire un nuovo patto di cittadinanza: nel quale lo spirito della Costituzione non è perduto, se le istituzioni dialogano insieme e riescono a intrecciare una collaborazione feconda, nel rispetto delle specifiche sfere di azione. Come è accaduto di recente, quando le istituzioni si sono messe a disposizione nel sostenere l'importante lavoro della magistratura sul processo Aemilia. Concludo con la riflessione dello storico (e resistente) Claudio Pavone, scomparso proprio martedì: «Dei mali di cui soffre oggi l'Italia alcuni discendono dai difetti della Costituzione, altri invece dalla sua attuazione soltanto parziale, altri ancora non hanno alcun nesso con la Costituzione». Teniamolo a mente per lavorare bene, e insieme, anche dopo il 4 dicembre.

*Sottosegretario

alla Presidenza della Giunta

della Regione Emilia-Romagna

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