Già espulsi, vanno in questura e li arrestano
Due stranieri si mettono nei guai chiedendo dei documenti. Il caso del georgiano dai due cognomi
REGGIO EMILIA. Due stranieri già espulsi dalla questura, fanno rientro nel nostro Paese prima dei cinque anni previsti dalla normativa e, una volta intercettati dalla polizia, vengono arrestati.
Il caso più singolare è quedllo di un georgiano 39enne di nome Koba, di cui – al momento – gli agenti non sanno nemmeno esattamente come si chiama, ma hanno solo la certezza che si tratta della stessa persona (come identificato tramite foto ed impronte digitali) che nel primo passaporto si chiama di cognome Kukharski e con questa identità è stato espulso due anni fa dal questore di Reggio.
Ora è rientrato in Italia con un nuovo passaporto intetato a Koba Ugrelidze e la polizia se l’è trovato di fronte quando ha fatto richiesta del permesso di soggiorno per motivi familiari, essendosi sposato in Ucraina e la moglie si trova pure lei ora a Reggio.
«Dobbiamo procedere con il Consolato georgiano – spiega il commissario capo Francesco Baiano dell’ufficio immigrazione della questura – per un’identificazione certa di quest’uomo che, per noi, è rientrato illegalmente nel territorio italiano». In tribunale il 39enne – difeso dall’avvocato Nicola Tria – ha detto d’essersi sposato in Ucraina e in quella nazione dell’Est europeo è possibile acquisire il cognome della moglie». La procura non ha chiesto nessuna misura restrittiva e il giudice Andrea Rat prenderà una decisione su questa vicenda il 17 gennaio. Da parte sua la questura intende, una volta ultimati gli accertamenti, emettere un nuovo provvedimento d’espulsione nei confronti del georgiano ed accompagnarlo alla frontiera.
Lo stesso intendimento la polizia persegue per il pakistano 44enne Alì Basharat (residente a Novellara): si è presentato in questura per ottenere dei documenti e lì è stato riscontrato che in febbraio aveva dovuto abbandonare l’Italia per ordine del questore di Bologna. «L’uscita e il reingresso nel nostro Paese – rimarca Raffaella Abbate, dirigente delle Volanti – è provato dai timbri presenti nel passaporto».
Nel conseguente “passaggio” giudiziario di ieri – sempre davanti al giudice Rat – il pakistano (assistito dall’avvocatessa Lucia La Rocca ) ha detto di essere rientrato in Italia in buona fede, in quanto non conoscendo l’inglese, non ha capito cosa comportasse l’atto consegnatogli in febbraio dalla questura di Bologna. Ha detto di essere tornato perché il fratello è morto in un incidente stradale e lui è parte offesa nel procedimento in corso. Anche il 44enne è tornato in libertà (nessuna misura restrittiva è stata chiesta dalla procura) e sarà processato il 17 gennaio. (t.s.)
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