Prostituzione, arrestati i boss del racket
Reggio Emilia: alcune ragazze venivano sfruttate, altre dovevano pagare l’affitto per le piazzole. Ai domiciliari due fratelli residenti in città
REGGIO EMILIA. Diciassette mesi di indagini, sei arresti, 15 indagati, 40 poliziotti in azione, un giro di prostituzione esteso dalla zona Tempio, a Modena, fino a Cittanova. Ma i numeri non bastano per fotografare l’operazione “Nonno”, dal nome del più anziano del gruppo, chiamato appunto “nonno” dalle ragazze al telefono. Condotta dalla squadra mobile della questura di Modena, coordinata dal pubblico ministero Claudia Natalini, l’indagine era così sostanziata che ha permesso al gip Eleonora De Marco di firmare sei ordinanze di arresto.
In carcere sono finiti il 37enne Ismet Rapi, il 30enne Flamur Beluli e il 42enne Petrit “Titi” Thartori. Ai domiciliari vanno invece Gerta “Pamela” Rapi – sorella di Ismet che oltre ad essere ai vertici dell’organizzazione si prostituiva anche – e i fratelli albanesi Dorian “Dori” Cakri e Fabiol “Fabio” Cakri, di 26 e 25 anni, residenti a Reggio Emilia, dove sono stati arrestati.
Nei guai, sottoposti al divieto di allontanarsi da Modena o con il foglio di via, sono finiti Pietro Severgnini (53 anni), Ermanno Saetti (78), Angelo Costantino (49), il rumeno Claudiu Avram (25) e gli albanesi Mustafà Kurti (24) e Gramoz Beu (33). Ai tre italiani si deve aggiungere un quarto connazionale, la cui posizione è in bilico per ragioni di salute, mentre mancano all’appello ancora due uomini di origine balcanica, al momento irreperibili. Per tutti l’accusa è di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.
Tutto inizia a giugno 2015 quando i poliziotti della Mobile, guidati da Enrico Tassi, mettono gli occhi su strani movimenti in zona Tempio. La tensione, va ricordato, in quel momento è molto alta e i residenti sono ormai esasperati da quell’imponente presenza di prostitute, tutte di origine albanese e rumena. Vengono effettuati i primi controlli e dai cellulari si arriva presto a identificare l’albero genealogico del gruppo, anzi dei due gruppi.
Perché gli albanesi comandano intorno allo stadio e alla stazione, mentre i rumeni estendono il controllo del territorio fino a Cittanova. E quando qualcuno si “allarga” troppo ecco che i due gruppi si confrontano come imprenditori veri per appianare i dissidi. Fatta la pace si torna poi a condurre affari insieme.
Le indagini raccontano inoltre di un nuovo metodo di prostituirsi. Ci sono le squillo classiche, sfruttate, gettate sulla strada per portare incassi agli aguzzini. Donne che non hanno possibilità di ribellarsi. Ma ci sono anche le ragazze autonome: il guadagno delle prestazioni sessuali è tutto loro, a patto che paghino una sorta di affitto alle bande albanese e rumena. C’è chi vuole una piazzola ambita per il traffico certificato di clienti ed è pronta a investire più denaro e chi invece si accontenta. Ma alle loro dipendenze hanno quattro italiani, i cosiddetti “taxisti”, che le accompagnano al lavoro e fanno da assistenti.
Alla fine dei conti la polizia conta circa 45 attori tra i 15 protagonisti indagati e le 30 comparse, costrette a giorni alterni alla strada. Un giro che garantisce ogni sera tanti soldi, stroncato dal blitz, «utile a dare risposte al territorio e alle richieste dei cittadini. Necessario a stroncare il giro della malavita che turbava il centro storico» per dirla con le parole del questore di Modena Paolo Fassari.
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