Addio al partigiano Brenno Albertini
Castelnovo Monti: reduce dalla Campagna di Russia, aveva 96 anni. Il funerale stamattina a Gombio
CASTELNOVO MONTI. Se ne è andato a 96 anni, serenamente, ma dopo una vita davvero intensa e degna di essere raccontata, Brenno Albertini, classe 1920, che nel periodo turbolento della seconda guerra mondiale e della Resistenza fu reduce della Campagna di Russia prima di rientrare in Italia e seguire la lotta partigiana, e nel mezzo essere testimone diretto di un eccidio evitato di un soffio: quello di Gombio.
Il funerale sarà celebrato stamattina alle 10 nella chiesa parrocchiale di Gombio, il suo paese anche se da qualche anno si era trasferito a vivere ad Albinea, insieme al figlio Luigi. Albertini lascia anche diversi parenti e nipoti, tra i quali la scrittrice Normanna Albertini, che di lui in un racconto di quei giorni scrive: «Brenno aveva fatto la campagna di Russia e il suo racconto è identico a quello, terribile, di tutti i sopravvissuti a quell’inferno di ghiaccio e neve. Racconti che parlano di treni che arrivavano fino in Ucraina e poi si fermavano perché i binari erano di misura diversa rispetto al resto d’Europa; la temperatura talmente bassa già nel primo autunno da far congelare i motori degli automezzi, del resto privi di l’antigelo; i 30, 40 chilometri a piedi ogni giorno armati di vecchi fucili modello 91, una baionetta e poche datate mitragliatrici; la distesa della steppa innevata e il fiume Don completamente gelato. Le pulci, i pidocchi, la fame. E poi la battaglia di Nikolajevka, la rottura del blocco e la lunga marcia verso casa. Brenno venne catturato dai soldati Russi, e per un po’ fu loro prigioniero; non smise un attimo di pensare a una fuga, finché ci riuscì. Tornò in Italia, poi finalmente, l’8 settembre, l’arrivo a Imola, poi via, a piedi, per tre giorni e tre notti, fino a Gombio».
Qui però, nell’aprile del ’44 arrivano i nazisti, e Brenno è protagonista di un nuovo momento terribile: il paese viene rastrellato, le persone messe al muro, ma alla fine due donne tedesche sposate con due residenti del borgo, Ida Roser e Augusta Ludescher, iniziano a parlare nella loro lingua madre ai comandanti tedeschi, calmando gli animi, e arrivando a salvare gli uomini del paese già messi al muro. Di quella giornata raccontava Albertini: «Eravamo tutti lì, nel casello, con la mitraglia puntata. I tedeschi, nel rastrellamento, non avevano trovato niente. Io ero già nelle Sap. Avevo preso contatto con i ribelli a febbraio, ma ero a casa, si lavorava. I tedeschi volevano sparare alla chiesa perché dicevano che le campane davano l’allarme. Poi hanno fatto venire su, alla Colombaia, il prete, don Guido Riva, poi don Paolo. A noi hanno chiesto i documenti. Ho tirato fuori il portafogli; mi hanno preso i soldi e il portafogli l’hanno buttato in terra. Un altro me li ha chiesti ancora. Sono andato a prendere il portafogli. Ero stato in Russia, scappato ai russi ero andato con la divisione delle SS, avevo avuto un “benservito” dai tedeschi che conservavo nel portafogli. Quando l’hanno visto, dal casello mi hanno portato alla Colombaia per farmi interrogare dall’ufficiale. Un tedesco mi ha detto di aspettare gli ordini, mi ha chiesto se avevo dei familiari; c’era mio fratello, ci ha messo da una parte. Poi i tedeschi hanno parlato con l’Augusta, sono tornati al casello e ci hanno detto che eravamo liberi. Secondo loro qui c’era il covo dei ribelli, ma avevano informazioni sbagliate, non hanno trovato armi, né partigiani».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
