Uccise la moglie, confermati i 30 anni
Per la Cassazione il marocchino infierì sulla consorte perché troppo occidentale. Il difensore: «Non agì con crudeltà»
BRESCELLO. Si chiusa ieri, in serata, sul piano giudiziario – con la conferma in Cassazione della condanna a trent’anni di reclusione – la terribile storia della marocchina 34enne Rachida Rida, uccisa dal marito Mohamed El Ayani il 19 novembre 2011 nella loro abitazione di Sorbolo Levante.
Scavando sulla vicenda, gli inquirenti (il caso sarà alla fine sviscerato dal pm Maria Rita Pantani) erano arrivati alla convinzione che Rachida pagò un assurdo prezzo perché viveva all’occidentale, voleva lasciare il marito e convertirsi al cristianesimo. Un delitto, quindi, figlio di cultura e mentalità molto lontane dalla nostra. Incredibile l’epilogo: il nordafricano si presentò alla stazione dei carabinieri di Poviglio con la figlia di 4 anni in braccio, ancora macchiato di sangue. «Ho appena ucciso mia moglie a martellate».
Ma ieri l’ultima sofferta “tappa” di questo procedimento davanti alla quinta sezione penale della Cassazione ha avuto al centro un dato tecnico – l’aggravante della crudeltà, cioè l’aver infierito sul corpo della vittima – che, se non concessa, avrebbe diminuito e non poco l’entità della condanna all’uxoricida.
Come ha sentenziato la Corte d’assise d’appello, anche il procuratore generale Giuseppe Corasaniti ha rimarcato nella sua requisitoria che il marito uccise con crudeltà la moglie, colpendola quando era già a terra e per di più con terribili ultime inutili martellate che determinarono un contraccolpo della testa sul pavimento. Un’efferatezza gratuita. A ciò l’accusa ha aggiunto che vi sono gravi indizi che indicano come l’uomo abbia agito alla presenza della figlia di 4 anni.
Di diverso avviso l’avvocato difensore Noris Bucchi che ha replicato con forza a questi due punti-chiave, inevitabilmente macabri: tipologia delle martellate (sedici) inferte e la presenza della bimba al delitto. Sui colpi inferti il difensore si è rifatto all’esito dell’autopsia: «Il medico legale ha concluso che se El Ayani si fosse fermato, probabilmente la moglie si sarebbe salvata. Ciò significa – rimarca Bucchi – tutte le sedici martellate erano finalizzate ad uccidere e non ad infierire sul corpo, ciò quindi esclude l’aggravante della crudeltà». Poi il legale ha negato che il suo assistito avesse la consapevolezza che la figlia stava assistendo all’omicido della madre. «La bimba era in mansarda ed essendo piccolina se si è solo affacciata può non averla vista, anche perché l’ultima fase dell’omicidio si svolse dalla parte opposta della stanza rispetto all’uscita dalla mansarda e El Ayani era chinato sulla moglie. Inoltre quando se ne andò dalla casa con in braccio la figlia le coprì con la propia giacca la testa affinché non vedesse la madre uccisa. Un comportamento – termina il difensore – che lascia intuire come l’uomo fosse convinto che la figlia non avesse visto nulla». Quasi due ore intense d’udienza – in aula un’associazione contro la violenza alle donne costuita da tempo parte civile ha depositato la nota-spese – chiusesi ieri diverse ore dopo con la conferma della condanna d’appello.
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