Disastro ferroviario, cinque alla sbarra
Nel 2011 il sabotaggio alla motrice causò pesanti danni allo scalo di Dinazzano. In aula l’esito delle intercettazioni
CASALGRANDE. Dalle indagini al processo in tribunale a Reggio. I fari sono puntati sull’incidente ferroviario che avvenne nella notte tra l’11 e 12 giugno 2011 allo scalo di Dinazzano di Casalgrande e che causò danni per oltre un milione di euro.
Alla sbarra quattro giovani residenti a Sassuolo (Modena) e uno che abita a Castellarano.
Riccardo Provenzano, Matteo Gottardi, Alessandro Interlici, Mattia Predieri e Nicolò Lambertini sono accusati di disastro ferroviario colposo. Ma cosa accadde quella notte di cinque anni fa? Qualcuno avviò una motrice in sosta facendola finire all’interno di un capannone, sfondando due portoni e spingendo, fino a farli deragliare, due carrelli.
In questa prima udienza sono stati sentiti diversi testimoni, fra cui volti noti della politica reggiana come Claudio Ferrari (allora direttore generale di Fer) e Giuseppe Davoli (ai tempi amministratore delegato della Dinazzano Po).
Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti due degli imputati all’epoca lavoravano allo scalo. Un carabiniere ha ricostruito quanto emerso dall’acquisizione dei tabulati telefonici degli imputati.
Sarebbero due le chiamate che si collocano nella fascia oraria dell’incidente e nella zona “incriminata”, non lontano da un locale pubblico in cui i cinque avrebbero detto di essere stati prima. La seconda chiamata, in particolare, sarebbe stata fatta per accertarsi se la locomotiva era stata messa in movimento.
Poi un’altra telefonata tra loro – sempre secondo quanto riferito dalla testimonianza – sarebbe stata fatta in orario successivo all’attentato, perché si erano divisi e poi forse volevano ritrovarsi. Inoltre da un’intercettazione ambientale nella tenenza dei carabinieri di Scandiano emergerebbe che alcuni si sarebbero messi d’accordo per dare la stessa versione agli inquirenti. I cinque imputati (che non sono mai stati raggiunti da misure restrittive) sono difesi dall’avvocato modenese Paolo Petrella: «Le loro posizioni sono differenti – ha commentato il legale – e ho alcune perplessità sull’attribuzione delle responsabilità».
Resta ancora da chiarire il movente di questo sabotaggio: non si era esclusa la pista inquietante di stampo mafioso, poi abbandonata del tutto. Durante l’inchiesta altre poi le ipotesi formulate, tra cui una possibile vendetta contro il datore di lavoro.
La prossima udienza è prevista per il 31 gennaio e vedremo in aula quale è stato il frutto di intercettazioni, testimonianze raccolte ed accertamenti tecnico-scientifici.(t.s.)
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