Gazzetta di Reggio

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Ma se Renzi dovesse tornare?

Stefano Scansani
Ma se Renzi dovesse tornare?

L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sulla situazione politica reggiana dopo l'esito del referendum

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REGGIO EMILIA. Quando non si sa, ma se Renzi dovesse tornare? Montagne russe, cappotti rivoltati, frittate rigirate. Infatti chissà quale corrente o carro piglieranno al volo tutti coloro che da lunedì scorso - dentro il Partito democratico - sono in libera uscita, oppure disorientati o pronti al riciclo dallo spegnimento della stella polare del giovane e baldo premier. Per i democratici questo momento è fatale e sdrucciolevole.

Non per nulla all’indomani del risultato referendario la Gazzetta ha promosso una piccola ma necessaria inchiesta che ha fotografato i papaveri reggiani coerenti, pilateschi o già pronti a imboccare le vie di fuga: e adesso, sarete ancora renziani?

Mai stato renziano; mai stato renziano fino in fondo; renziano no, ma fedele... In queste riposte sta la malattia endemica del partito, la sua natura antropofaga (che si ciba degli uomini, se li mangia), la sua difficoltà polverizzante di stare insieme.

Non tiro in ballo l’ardua convivenza tra l’anima della vecchia Dc di sinistra e lo spirito dell’antico Pci dialogante. L'impossibilità della coabitazione dentro il cerchietto bianco-rosse-verde del partito è ben più molecolare: si chiama guerriglia per soddisfare vendette o per guadagnare potere. Le idealità non appartengono ai combattimenti che minano il Pd. Partito che con le sue metafore Bersani definisce “ditta” e annientano le riforme che Prodi con i suoi adagi apprezza come ossi (meglio succhiare un osso che un bastone, il meglio di niente).

Propongo qualche caso di interpretazione solistica all’indomani della batosta referendaria. Casi locali, tanto per farci un’idea di come qui a Reggio gli esponenti del partito vanno posizionandosi, riposizionandosi, delocalizzandosi.

IL SARTO. Il sindaco Luca Vecchi, lo sappiamo, non è mai stato un renziano. Per non dire che non lo era portava degli esempi personali-storici. Ad esempio il suo legame con la Cgil o l’adesione alla storia partigiana. Così il primo cittadino ha detto e ribadito che ora si impegna per la ricucitura interna. Cioè fa il sarto, il rammendatore, che in linguaggio figurato significa che sta sopra le parti.

SENZA TURBO. Lo ha detto subito e ripetuto tanto: la gente non va convertita, ma convinta. Il segretario provinciale del Pd e sindaco di Luzzara non lo dice esplicitamente ma ce l’ha con i turbo-renziani. Cioè tutti coloro che hanno spinto e sospinto sul credo di Renzi (così solo, così lasciato solo per l’assolo referendario) in maniera eccessiva. Chissà se Costa ha voluto fare qualche riferimento al collega sindaco di Boretto Massimo Gazza e al casalgrandese sottosegreterio alla presidenza dell’Emilia Romagna Andrea Rossi. Turbo-renziani oggi turbati.

RISVEGLI. Quando qualcuno perde o cade, ecco che c’è sempre qualcun altro che si segnala per la riscossa. Inevitabile. Umano. È successo a Pierluigi Saccardi, consigliere comunale del Pd, aderente alla corrente di Letta. Quest’ultima annotazione identitaria può spiegare il documento di Saccardi il quale ha trovato l’adesione di altri 10 consiglieri del Pd più uno di Sel.

Le mani avanti di Saccardi sui motivi del giorno dopo il referendum: «per non dare alcuna argomentazione di strumentalità a questa nostra convinta posizione». Il lettiano ha infatti presentato in consiglio un documento in difesa del giudice Francesco Maria Caruso. Il magistrato alla vigilia del referendum sul suo profilo Facebook aveva criticato il Sì con automatico rimbombo nazionale.

MIRARE ALTO. Sia come sia, l’iniziativa di Saccardi ha spaccato il gruppo Pd. Perché ai rimanenti 8 consiglieri quel documento non sarebbe stato nemmeno posto sotto gli occhi. Chi immagina che questa iniziativa metta in difficoltà il capogruppo Andrea Capelli immagina poco.

C’è chi è convinto che la faglia apertasi dentro la compagine Pd in municipio miri al sindaco. Capelli, infatti, come Vecchi ripete che lui lavora alla ricucitura. E Vecchi come Capelli non ha preso posizione nella polemica sulle parole scritte da Caruso.

RIBELLE. Di ago e filo ce ne vuole. Dentro il Pd reggiano la comunicazione è saltata da tempo. Oltre al caso del documento di Saccardi per il quale il capogruppo non sarebbe stato neanche avvertito, c'è il litigio digitale fra il consigliere Dario De Lucia e il segretario provinciale Andrea Costa. Il primo si è beccato una querela dal leghista Salvini probabilmente per qualche esternazione su Facebook, e ha chiesto la solidarietà del partito. Il secondo ha invitato il compagno ad attaccarsi al tram perché le prese di posizione vanno concordate. E poi De Lucia è il ribelle.

FACEBOOK. In questo duello referendario è stato un veicolo eccezionale di propaganda e confronto. Interessante la reazione del turbo-renziano Massimo Gazza sindaco di Boretto che all’albeggiare della sconfitta del premier ha dichiarato di voler dare solennemente addio al social. Ma poi ci ha ripensato.

Tutti usano il social. Oppure polemizzano sul senso del social. Così forte che esso è diventato il pretesto del conflitto tra sinistra-dem e catto-dem, fra correnti, controcorrenti e metamorfosi. Torno all’inizio: e se Renzi dovesse tornare? Rimetamorfosi?

Stefano Scansani

s.scansani@gazzettadireggio.it

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