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Pd, a Reggio si tenta la svolta a sinistra

 Pd, a Reggio si tenta la svolta a sinistra

Vanna Iori apre a Pisapia, mentre Marchi invoca il congresso I segnali reggiani di una distanza dalla linea dettata da Renzi

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REGGIO EMILIA. Vanna Iori apre esplicitamente all’appello dell’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. Maino Marchi, invece, invoca il congresso Pd prima delle elezioni, nel caso in cui lo scenario politico lo consenta. E, in generale, nel Pd reggiano – e in quello emiliano – cominciano a delinearsi i chiari sintomi di uno spostamento a sinistra, con prese di distanza rispetto alla linea dettata finora dal premier dimissionario e la ricerca di un nuovo coinvolgimento di quei corpi sociali in contrasto con il governo Renzi. Ma, nello stesso tempo, bacchettando la minoranza interna che si è schierata per il No.

Mentre continuano le consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dai parlamentare reggiani Pd cominciano ad arrivare i segnali di un’autocritica rispetto alla débâcle che ha portato alle dimissioni di Matteo Renzi. È quanto hanno fatto ieri Vanna Iori e Maino Marchi, che di fronte al caos nato anche all’interno del loro partito affidano a due lunghi post sui rispettivi profili Facebook un’analisi del voto, tracciando quella che considerano la rotta da seguire.

«Si è di fatto chiusa un’era – scrive Iori – E ora? C’è molto da fare, ora, per ripartire, ricucire, raccogliere i cocci e ricostruire, da queste macerie, una politica che deve tornare al rispetto del dialogo esterno con le forze sociali, senza populismi ma con un confronto necessario, e interno tra le posizioni diverse. L’esito del voto e la posizione di alcuni autorevoli esponenti del Pd nella campagna hanno infatti reso più evidente una strisciante guerriglia interna che indebolisce la più importante forza politica democratica nel Paese. Indispensabile quindi interrogarsi sulla coesione di questa comunità politica». Per Iori, «occorre recuperare la sinistra delusa». E «l’obiettivo è fare una nuova legge elettorale per poter andare al voto con una legge che sia omogenea per le due Camere».

Di qui l’apertura al progetto dell’ex sindaco di Milano: «Chi saranno i nostri compagni di strada? A me farebbe piacere includere anche quel Campo Progressista di Pisapia e altri che riuniscano forze di sinistra in grado di impegnarsi nel segno del cambiamento in una responsabilità di governo».

Nella sua lunga analisi, anche Marchi non risparmia critiche alla gestione del partito, pur riconoscendo (come del resto la stessa Iori) meriti al governo guidato dal segretario Pd. Tracciando un elenco di meriti e demeriti, non nasconde che il primo errore «è riconducibile a un’idea sbagliata del rapporto tra Governo e società. L’idea che i corpi intermedi non costituiscano più un elemento essenziale per il consenso, da una parte, e per la coesione del Paese dall’altra. Puoi non fare accordi con i sindacati, ma il confronto lo devi avere». Uno degli esempi portati da Marchi è il Job’s Act, con una critica dello storytelling renziano: «Se oltre a non fare accordi definisci i sindacati una zavorra, si produce una rottura non più sanabile con parte del mondo di riferimento di una forza di centrosinistra. Questo è avvenuto su tanti aspetti, con tanti soggetti. Alla fine, se sei solo contro tutti, se dai sberle da tutte le parti, il conto si presenta ed è salato». Per il parlamentare reggiano, «il vero combinato disposto di questo referendum non è stato tra riforma costituzionale e Italicum, ma tra errori del leader del Pd e atteggiamento, che per me resta incomprensibile, di una parte della minoranza del Pd».

Quanto alle prossime mosse, oltre al crocevia di fare una nuova legge elettorale, per Marchi bisogna «cercare di prenderci il tempo prima delle elezioni per fare il Congresso del Pd. Dopo un esito così negativo nel referendum mi pare indispensabile. Non ritengo condivisibili scorciatoie, tipo primarie per il candidato presidente del consiglio e rinvio del Congresso». Anche perchè, conclude, bisogna «buttare subito nel cestino idee come il 40% è di Renzi». (e.spa.)

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