Elogio della Porta Santa
L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani
REGGIO EMILIA. Dedicato a una porta. Nessuno l’ha fatto nella settimana che si chiude, né i notisti né i cronisti. Nessuno ha avuto sentimento per quella porta. Cioè l’uscio di noce chiaro, liscio-sobrio, lustrato con la gommalacca, che separa-unisce lo Studio alla Vetrata del presidente della Repubblica al corridoio dove sono stati transennati i giornalisti, palazzo del Quirinale.
Nei giorni delle consultazioni per la formazione del nuovo governo, porta e maniglia con i corazzieri ai fianchi sono state videoriprese con una devozione sacrosanta. Telecamera fissa, nell’attesa della nuova acrobazia italiana. Il governo Gentiloni in Renzi facsimile. Oplà. Precisamente acrobazia numero 65 in settantuno anni (3 in questa legislatura).
Quella porta è un’opera di falegnameria del fenomeno italiano. Cioè della frenesia delle crisi di governo e delle soluzioni alchimistiche che ne seguono. Ma anche della distanza di due mondi: la procedura, l’officina politica e la cerimonia contro quella che il neopremier Gentiloni ha serrato in un invito: “Bisogna farla finita con l’apparentemente inarrestabile escalation di violenza verbale nel nostro dibattito. Il Parlamento non è un socialnetwork”.
Il Quirinale, casa del presidente della pacata fermezza, non è il Parlamento, lo abbiamo capito, e men che meno il municipio di Roma o Milano. Ed è ormai certo che ogni baraonda politica (con minacce, barbarie e decadenza reali e online) si annienta davanti a quella porta.
Dietro di essa si misurano i pesi e i contrappesi di cui tanto si è discusso nella campagna referendaria. Nello studio alla Vetrata il presidente ha fatto il presidente, ovvero ha praticato ciò che la Costituzione prevede e obbliga. Sia chiaro: è la Costituzione che è uscita indenne dalla prova popolare di domenica scorsa.
Dunque grillini, leghisti, destre e ultradestre possono sfiatarsi nel gridare all’illegittimità, al raggiro, al potere che non torna al popolo... È stata rispettata la procedura á la Carte (quella che i No hanno eroicamente difeso). Così il rito assiduo e fascinoso delle crisi ha preso il sopravvento nel segno della porta.
Con quel che scrivo sono certo di non scomodare il potere spirituale, perché il Quirinale per secoli è stato sede del potere pontificio. L’Italia unitaria monarchica e poi repubblicana l’ha ripopolato di arredi rispettando la memoria papale felpata.
E in tanta sovrapposizione di storie e autorità va ricordato che la cappella Paolina è per volumetria e architettura gemella della cappella Sistina, il luogo dei conclavi. Atmosfere parallele.
Per tre giorni le immagini, le azioni, l’etichetta hanno spiazzato la bulimia di parole e gli insulti dello stagno politico. Lettori e telespettatori hanno potuto sperimentare il “protocollo italiano”, che è rinascimentale e complesso, pieno di dorature e chincaglierie, diplomazie e privo di linee rette (Ennio Flaiano: “In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco”).
Così si spiega la liturgia delle salite e discese dal Colle, quella delle consultazioni, della porta chiusa, dell’arrivo dei corazzieri che segnala che qualcosa sta per succedere, del totoministri e della sospensione d’animo all’apertura dell’uscio, dell’accettazione dell’incarico con riserva, il giuramento nel Salone delle Feste, e la cerimonia della campanella a palazzo Chigi. Che manca? Soltanto l’extra omnes e la fumata nera o bianca dei conclavi.
Questo è quel che serve al nostro popolo per purgare per qualche ora la conflittualità permanente, trovare un ancoraggio alle istituzioni attraverso il gusto (spesso estetico) delle cerimonie di rigenerazione della politica.
La porta è quindi per sua natura simbolica, è il limite valicabile oltre il quale c’è o avviene l’oltre. Succede così nei luoghi di culto più ortodossi dov’è l’iconostasi, oppure in quelli cattolici, con la porta santa.
Immagino che oltre quelle due ante le ragionevolezze tornino di questo mondo anche quelle dei gruppi più piazzaioli, urlatori, demolenti o dei caratteri egocentrici.
Ecco, quella di noce chiaro, liscio-sobrio, lustrato con la gommalacca, che separa-unisce lo Studio alla Vetrata al corridoio dove sono stati transennati i giornalisti, è una porta santa (della Repubblica).
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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