Santa Maria e Ausl, la fusione va condivisa
Le perplessità di Frigeri (Flp Cgil): «Va evitata qualsiasi disparità di trattamento fra i dipendenti»
REGGIO EMILIA. I sindacati temono che tra l’arcispedale Santa Maria Nuova e l’Ausl provinciale si verifichi una “fusione a freddo” capace non solo di congelare i rapporti di lavoro in condizioni svantaggiose, ma anche di annullare i benefici dell’operazione per i cittadini.
L’unificazione tra le due aziende sanitarie si sarebbe dovuta attuare dal primo gennaio 2018.
L’anticipo di sei mesi accresce le preoccupazioni e sollecita le organizzazioni sindacali ad avviare un confronto preventivo per salvaguardare i diritti delle professioni sanitarie.
Se n’è parlato ieri pomeriggio nell’ambito della Conferenza socio-sanitaria, alla presenza dei sindacati della funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil. Erano presenti Giammaria Manghi, presidente della Provincia e della Conferenza socio-sanitaria, Fausto Nicolini, presidente dell'Ausl e futuro presidente dell'azienda unificata, ed Eva Chiericati, reggente del Santa Maria Nuova al posto di Antonella Messori, passata a Bologna alla guida del policlinico Sant'Orsola-Malpighi.
«Come categoria - riferisce Maurizio Frigeri, segretario della Flp Cgil - avevamo chiesto un incontro fin dal 18 novembre. Tuttavia l'abbiamo accelerato dopo che l'assessore regionale Sergio Venturi è venuto il 2 dicembre ad annunciare che l'unificazione sarà anticipata al primo luglio 2017. A nostro avviso ciò accresce la difficoltà di mettere a regime la fusione tra due realtà diverse non solo per gli orari di lavoro, ma anche per i trattamenti economici. Vorremmo che il processo venisse governato dalla Conferenza socio-sanitaria con un reale coinvolgimento dei lavoratori».
Il rischio, secondo i sindacati, è che i lavoratori subiscano l'unificazione senza rendersene partecipi e, quindi, senza realizzare quel miglioramento qualitativo del servizio sanitario che viene indicato come il principale fine dell'intera operazione.
«Occorre - sottolinea Frigeri - che siano recuperate le motivazioni dei lavoratori frustrati dal blocco dei contratti protratto per sette anni. Se non si presta più attenzione a loro si rischia di vanificare gli investimenti effettuati. Vanno bene il Core e il Mire, ma per garantire la qualità del servizio è più importante la condizione dei lavoratori. Il processo di fusione dovrà essere condiviso da chi esercita le professioni sanitarie, siano infermieri, tecnici della prevenzione, ostetriche, fisioterapisti, operatori socio-sanitari o tecnici. Si deve avviare, inoltre, una riflessione sull'esercizio della libera professione, che deve essere integrativo, non sostitutivo del servizio ordinario».
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