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Dopo il referendum il sindaco Vecchi si scopre anche meno renziano

Dopo il referendum il sindaco Vecchi si scopre anche meno renziano

Il modello Reggio Emilia contrapposto a quello fiorentino: «Meglio il noi che l’io, non sono per l’uomo solo al comando»

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REGGIO EMILIA. «La rapidità fiorentina, utile e importante, mi auguro che nei prossimi mesi possa attingere alla saggezza e alla concretezza del riformismo emiliano, che ha qualcosa da dire rispetto alla storia del nostro Paese e l’identità del nostro partito». Se non fosse che il mandato scade nel 2018, si direbbe che sia in clima di campagna elettorale. Ma di fronte ad una esplicita domanda, il sindaco, Luca Vecchi, esclude categoricamente una sua candidatura alle prossime Politiche. «Perché me lo chiedete? – dice sorridendo – Prima di due anni di certo non mi candido a nulla». È che il vento, dopo la caduta di Renzi, in casa Pd sembra cambiato. E lo si intuisce dallo stesso discorso di Vecchi, che illustrando il piano strategico per la città, al via nel 2017, si lascia andare a espressioni sibilline.

Non tanto quando attacca M5s e opposizioni, accusate di portare «solo urla e insulti, senza alcuna collaborazione e senza idee, ma con un pressapochismo che si vede in giro anche in altre parti d’Italia». Quanto, e soprattutto, nel momento in cui si lascia andare ad una critica convinta del modello dell’uomo solo al comando: «All’io preferisco il noi», ripete.

Una critica velata all’ex premier verso il quale tutti pendevano dalla labbra fino al 4 dicembre? Meglio non scoprire troppo le carte: «Io dico solo che in questi due anni e mezzo lo stile del Comune è stato quello di ascoltare cittadini, associazioni e sindacati. E devo dire che a Reggio tra tutti i soggetti istituzionali, ciascuno con le proprie idee, c’è stata grande collaborazione. Unire, e non spaccare, è la cifra del mio carattere. E vorrei che lo fosse anche nello stile del governo della città».

Ci gira intorno. E prova a prenderla larga. Ma la distanza dal renzismo sembra ormai marcata. Non solo nel pungere la «rapidità fiorentina». Ma soprattutto nel delineare le radici di una formazione politica che, applicata al piano strategico, sembra segnare la distanza dal renzismo duro e puro. «Io sono il sindaco di una importante città che ha fatto la storia del riformismo emiliano, di cui mi sento parte come uomo di sinistra – aggiunge Vecchi – una storia capace di essere ancorata a valori forti, con il giusto pragmatismo per risolvere i problemi, che parte dal concetto di comunità per costruire percorsi che guardano ai deboli, sul modello della lezione di Prampolini. Non serve l’uomo solo al comando, servono progetti in cui portare dentro grandi esperienze collettive». Il modello Reggio in pratica, evocato anche da Delrio nell’assemblea Pd.

E che a differenza del modello fiorentino trova il suo marchio di fabbrica nell’apertura ai sindacati: «Ritengo che uno degli errori del nostro tempo sia stato quello di non legittimare i corpi intermedi, che devono partecipare alla governance di un territorio per tenere unita la comunità. Quindi chiedo: che valore diamo ai sindacati? Io credo che rispetto al modello Marchionne inseguito negli ultimi anni, l’accordo tra Landini e Storchi è una cosa su cui riflettere. E non a caso lo hanno fatto due reggiani che, con idee agli antipodi, provengono dal riformismo emiliano. Un discorso antirenziano? Dico solo ciò che penso e che ho sempre praticato». (e.spa.)

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