Il Verbo laico di Vecchi «Innovazione e lavoro»
Nel 2017 parte il piano strategico della città, aperto a sindacati e associazioni «Un laboratorio per tutti, l’anno prossimo dalle suggestioni si passa ai fatti»
REGGIO EMILIA. «Innovazione, lavoro e comunità. Nei primi mesi del 2017 presenteremo un piano strategico che ruota attorno a queste tre parole chiave. Un piano che parte da un insieme dei progetti che abbiamo impostato negli ultimi due anni e mezzo e che, aprendo il confronto alla città, proverà a coinvolgerla in operazioni di importanza pubblica in grado di integrare anche i privati». Sarà l’atmosfera natalizia. O più semplicemente il valore simbolico del numero 3. Sarà che il capodanno si avvicina. E che il 2017 è ormai alle porte. Ma il sindaco, Luca Vecchi, tracciando la rotta del futuro prossimo della nostra città, quasi involontariamente si lascia andare ad una lunga omelia, ripetendo in maniera quasi liturgica cosa aspettarsi dall’amministrazione per l’anno nuovo ormai alle porte. «Dopo la presentazione del piano – aggiunge – apriremo un tavolo partecipato: un laboratorio aperto a tutti gli attori della città, concludendo il lavoro in un anno».
Sindaco, che devono aspettarsi i reggiani per il 2017?
«Un piano strategico per la città, che ruota attorno a tre parole chiave, orientato all’innovazione e al lavoro e fortemente centrato sul concetto di comunità. Un piano che parte da un’analisi della nostra città, per delinearne il futuro».
E qual è lo stato di salute di Reggio secondo il sindaco?
«È un piano che si inserisce in un contesto di crescita occupazionale. L’export ha raggiunto il 70% del Pil del nostro territorio. Abbiamo un sistema economico che negli anni della crisi non è rimasto fermo. Ha subito colpi pesanti, ma si è innovato nel manifatturiero avanzato, nell’agroalimentare, nel sistema del terziario. Abbiamo bisogno di una lettura condivisa del nostro sistema economico, così come del sistema sociale, all’interno di uno scenario che vede un calo demografico, un calo dell’immigrazione e, nello stesso tempo, anche un’inversione di tendenza di alcuni valori come gli sfratti e le morosità, che tra il 2008 e il 2012 erano cresciuti in maniera imponente».
Sembra un’analisi ottimistica. Non crede che la situazione sia più grave?
«Per me questo è un passaggio fondamentale. Io non credo in una narrazione iperottimistica della realtà. Credo che serva una narrazione razionale e consapevole, che dia fiducia alla comunità, ma che sia anche consapevole dei problemi e delle fragilità che la crisi ci consegna. Per questo, se dovessi sintetizzare in tre parole il piano che presenteremo, userei il termine “innovazione”: abbiamo bisogno di un’innovazione strutturale. Userei il termine “lavoro”, che evoca il senso di realizzazione dei percorsi di vita ed è fondamentale per l’idea di cittadinanza. E poi la parola “comunità”: di fronte ad un dilagare dei populismi, che mettono a dura prova i cardini della democrazia rappresentativa, bisogna tornare ai municipalismi e all’attenzione ai territori, all’idea di una comunità fondata su valori che generano relazioni e livelli di fiducia tali da creare un forte tessuto civile».
Ok, ma come tradurre concretamente in un contenitore queste suggestioni?
«Questa è l’analisi da cui partire. E trova forma in una strategia che si sintetizza in una domanda che rivolgo alla città: che città vogliamo diventare?».
E la risposta?
«Non saremo mai Milano o Londra, dove i progetti di innovazione sono spinti e motivati da grandi densità urbane e di idee . Ma non possiamo rassegnarci ad essere una città piccola che si limita ad asfaltare strade. La nostra dimensione sta nell’interpretare in maniera contemporanea il policentrismo emiliano, interpretandolo come reti di città che cooperano. Questo comporta che Reggio debba mettere a fuoco le proprie unicità, come il Reggio Approach, che ci rende celebri nel mondo, o la Mediopadana, che attrae non solo passeggeri, ma anche investimenti. È attorno ai nostri fattori di unicità, che si svilupperà un piano strategico strutturale».
Che si tradurrà in?
«Pensiamo all’innovazione economica. Noi abbiamo dagli anni ’90 una manodopera poco qualificata e un tasso di laureati molto basso. Se vogliamo uno sviluppo verso la fascia alta, abbiamo bisogno di spingere verso un nuovo modello economico. È in questa direzione, ad esempio, che va il parco dell’Innovazione alle ex Reggiane, con 50 milioni di investimenti. Così come in questa direzione vanno le politiche di internazionalizzazione, alle quali dobbiamo abituarci come tutte le migliori città europee, la riqualificazione di Mancasale, quella che seguirà al Villaggio Crostolo, il completamento della tangenziale nord. Esempi di decisioni che abbiamo preso come Comune, indicando una strategia e una proposta politica. Sul fronte del territorio, penso alla variante in riduzione che ha ripristinato terreni agricoli. O alla cancellazione di 40mila metri quadrati di superficie commerciale. Sui beni comuni, l’estensione della differenziata, il progetto del biometano a Mancasale per generare energia dei nostri mezzi pubblici, la gestione del servizio idrico. E poi, sul Welfare, abbiamo messo in campo tanti progetti, che da delegato nazionale Anci posso dire l’Italia ci ammira. Penso alla fusione Rete-Osea, che ha fatto nascere la più grande azienda di servizi alla persona dell’Emilia. A Reggio senza barriere, alla grande trasformazione della sanità, con la fusione delle due aziende nel 2017, la nascita del CoRe e l’avvio del MiRe. Al grande progetto dei Chiostri di San Pietro, dove potrebbe nascere una grande cooperativa di comunità. Su cultura e istruzione, quella che chiamo filiera del sapere, c’è l recupero di Campus San Lazzaro, abbiamo riconsegnato l’Ariosto e il sipario storico, il 2017 sarà l’anno dei musei, a partire dal Tricolore, della Panizzi, continuando l’impostazione di due grandi operazione che tengono insieme turismo e cultura: l’Arena al Campovolo e la Reggia di Rivalta, per la quale ci sono 14 milioni di euro.
È una lista dei desideri?
«Non è un elenco di semplici suggestioni. E non siamo più in fase di programmazione. Siamo davanti a tutti progetti finanziati. Ma credo che tutti i progetti che andremo a realizzare avranno un senso solo nell’ottica di una comunità che non faccia perdere di vista le persone. Per questo credo che il piano strategico debba coinvolgere tutta la città, aprendosi al confronto con i cittadini, e tutte le categorie economiche e sociali».
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