Vogliamoci bene (forse)
L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sul "disordine umano" che regna nella vecchia Europa, terra di attentanti
REGGIO EMILIA. Il generale Leonardo Tricarico intervistato da Rainews24 sull’uccisione di Anis Amri ha usato una metafora insolita per descrivere i confini in Europa rispetto al terrorismo: «Le nostre frontiere porose». Cioè ha sorvolato sulla vulnerabilità e l’attraversabilità dell’area Schengen, forse per dire che, invece, nel nostro continente c’è nulla di saldo. Frontiere porose come spugne, gesso, legno vecchio, cartone.
Il contrario di poroso è compatto. A quest’ultimo termine hanno fatto riferimento i complimenti, i ringraziamenti e i buoni risultati della collaborazione tra i governi, i ministeri e le polizie di Germania e Italia per la neutralizzazione del killer in libero movimento dopo la strage di Berlino. Avete seguito ieri in tivù il vortice delle conferenze stampa in crescendo?
Poi c’è il diminuendo. Il problema di fondo della porosità è che essa trapela ogni volta che il continente vive lo strazio di un nuovo attentato. Va e viene. Cioè ci accorgiamo del pericolo della porosità a fasi alterne, come se la realtà delle frontiere della Ue fosse un sigillo emotivo. Che è risolto prontamente col nostro orgoglio di essere liberi di circolare, dal giuramento di non comprimere democrazia, movimento, cittadinanza.
Quell’albero di Natale che ha sfondato il parabrezza del camion al mercatino berlinese intorno alla Gedaechtniskirche e il girovagare di Anis Amri confermano la porosità.
L’attentatore tunisino, che era stato in carcere a Palermo, ha ucciso l’autotrasportatore polacco, ha travolto il Natale e decine di avventori occidentali. Amri ha lasciato la Germania, ha attraversato la Francia, è entrato in Italia: il nostro Paese poroso da dove per l’Erasmus a Berlino era partita Fabrizia Di Lorenzo dalla sua Sulmona, e dove flussi di disperati approdano sulle coste meridionali. Migrazioni.
È un flusso vorticoso. Un disordine umano che anche il poliziotto che a Sesto San Giovanni ha sparato al terrorista chiama per nome: «Felice di essere stato utile in questo marasma che sta succedendo in Europa».
È il marasma della porosità che stavolta ha per vittime dirette tedeschi, polacchi, italiani, cechi, israeliani e, come sempre, le generazioni di uomini e donne che scappano (sì, scappano) in Europa. In barca o a piedi, disperati.
Temo l’intermittenza. Non delle luci del Natale, che è quell’abete travolto dal camion nero nella capitale tedesca. Temo che passati lo sgomento per l’attentato e il sollievo per la morte dell’assassino, tutto torni ordinario. Porosità ordinaria da una parte. Compattezza - il suo contrario - dall’altra, da parte di quell’Europa burocratica, bancaria, finanziaria che marca a uomo le inottemperanze dei Paesi ed è una specialista nell’avviamento delle procedure di infrazione, usa pesi e misure diversi da Stato a Stato. In grisaglia.
Scrivo difficile? Allora, per intenderci, riporto il commento che un reggiano ha postato su Facebook subito dopo la sparatoria a Sesto San Giovanni: “Sempre noi italiani a togliere le castagne dal fuoco ai crucchi! E adesso sforiamo il rapporto debito/Pil a manetta!”. Al di là dell’ironia, sotto sotto serpeggia la disparità che estingue questa Europa.
Non per nulla venerdì le autorità tedesche da una parte e quelle italiane dall’altra hanno invocato einheit, unità, che ormai non può più essere un genere di conforto per l’emergenza. Che è come dire a Natale vogliamoci bene, forse.
Ai nostri lettori invece dichiariamo vogliamoci bene, certo.
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