Agli alimenti reggiani serve una spinta per sfondare all’estero
Per Confartigianato le vendite oltre confine di cibi e bevande da noi valgono “solo” mezzo miliardo: Reggio è 92ª in Italia
REGGIO EMILIA. Le sontuose imbandigioni delle feste natalizie, ancora perlopiù improntate alla tradizione gastronomica, non rallegrano soltanto i commensali. Se ne compiacciono anche le imprese artigiane, che producono il 38,2% delle prelibatezze che compaiono sulle nostre tavole. Per loro il mese di dicembre, durante il quale le vendite al dettaglio di prodotti alimentari superano del 24,8% la media mensile degli altri undici mesi, ha un’importanza cruciale per fare quadrare il bilancio di fine anno. Ne trae beneficio l’insieme dell’economia, che in questi anni di crisi e deindustrializzazione punta sempre più le sue carte sull’agroalimentare, valorizzando le eccellenze tradizionali sia sui mercati interni sia su quelli esteri, che mostrano di apprezzarle con crescente convinzione.
Tuttavia la nostra provincia non è fra quelle che ne ricavano i maggiori vantaggi. Lo attestano i dati sulle esportazioni di alimenti e bevande elaborati dal Centro studi di Confartigianato. Fra il primo e il terzo trimestre di quest’anno il territorio reggiano ha accusato una diminuzione dell'export pari al 4,6%, mentre l'Italia, nel suo insieme, ha registrato un aumento del 3,3%. Su base annua Reggio ne ricava 439 milioni di euro (379 per gli alimenti e 60 per le bevande), una cifra che rappresenta l'1,9% del totale delle esportazioni alimentari italiane. Quindi ci collochiamo soltanto al 92esimo posto fra le province italiane. Il nostro indice di propensione all'export alimentare (risultante dal rapporto fra l'export annuale e il valore aggiunto) è pari a 3,82% (diciottesima posizione). I nostri vicini ci sorpassano ampiamente. Parma, capitale della “food valley”, incassa dai mercati esteri un miliardo e 136 milioni (5% del totale nazionale), una somma inferiore soltanto a quelle di Verona (1,6 miliardi) e Cuneo (1,5 miliardi). La sua propensione all'export alimentare (11%) è la seconda dopo quella di Cuneo (13%). Modena è, invece, in sesta posizione con un indice pari al 5,8%. Dall'esportazione di alimenti e bevande ricava 931 milioni (4,1%), più del doppio di Reggio e poco meno dei 938 milioni di Milano. Bologna appare, invece, arretrata, con i suoi soli 334 milioni (1,5%), che però le fanno compiere un balzo del 9% fra il primo e il terzo trimestre, contro il 2,4% di Modena e il 2,3% di Parma.
Fanno da apripista, sui mercati esteri, i prodotti di qualità a Denominazione d'origine protetta, Indicazione geografica tipica o Specialità tradizionale garantita. In tutta l'Italia se ne contano 288, 11 in più rispetto all’anno scorso. L'Emilia-Romagna è la regione che ne ha di più, 43, contro i 36 del Veneto, i 34 della Lombardia e i 31 della Toscana. La nostra provincia ne annovera 12, il Parmigiano-Reggiano, l’aceto balsamico, la pera dell'Emilia-Romagna, l'anguria e altri prodotti comuni ad altre province. In ambito regionale siamo superati da Bologna, che è al primo posto in Italia con 22 prodotti di qualità, e da Modena (15), mentre Parma ne ha 12.
Sono molto più numerosi i prodotti agroalimentari censiti come tradizionali. In Italia se ne contano 4.965. L’Emilia-Romagna, che viene dopo la Campania, la Toscana e il Lazio, ne ha 387. Le imprese artigiane, essendo legate al territorio e custodi delle lavorazioni tradizionali, possono offrire queste eccellenze enogastronomiche a cui si deve tanta parte della gioia delle tavole imbandite per le feste natalizie. Si calcola che nel mese di dicembre intercettino una spesa alimentare pari a 5,6 miliardi. Il volume delle vendite al dettaglio, nel settore eminentemente anticongiunturale dell’alimentare e delle bevande, rimane stabile da due anni. Ciò si riflette positivamente sull'occupazione. Gli addetti, infatti, sono saliti a 154.904, con una crescita del 3,7% nell’ultimo anno, contro il più 0,7% del settore manifatturiero. Fra il 2009 e il 2016 si sono aggiunti ben 93.900 occupati, il 24% in più.
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