Gazzetta di Reggio

Reggio

La repubblica dei precari: 10mila ricercatori a tempo

di Andrea Scutellà
La repubblica dei precari: 10mila ricercatori a tempo

Lavorare per vent’anni con ogni tipologia di contratto: dal co.co.co al dottorato. Fantasmi per le banche, c’è anche chi va in pensione prima di essere stabilizzato

4 MINUTI DI LETTURA





ROMA. È una generazione congelata quella dei precari degli istituti di ricerca. Si parla di circa 10mila lavoratori intrappolati in una selva di contratti a tempo determinato, co.co.co., assegni, borse di studio da almeno 10 o 15 anni, con punte di anzianità che raggiungono quasi le tre decadi. Racconta Raffaella Comitato, delegata sindacale Usb del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea) e precaria da 12 anni, di una figura mitica che riunisce in sé i paradossi di un intero blocco sociale: «Doveva firmare il contratto insieme ad altre 43 persone a novembre 2015, ma non ha potuto perché era entrata da un mese nell’età pensionabile».

3.666 anni di precariato. Incontriamo una rappresentanza dei precari del Crea davanti al Colosseo, anche se i loro centri di ricerca sono sparsi in tutta Italia: da Treviso a Turi (Bari). Tra un turista e un centurione raccontano di essere in 441 - per un totale di 3.666 anni di precariato - nell’istituto che dipende dal ministero delle Politiche agricole, risultato dell’accorpamento del Cra e dell’Inea. «Io lavoro al Centro politiche bioeconomia - spiega Stefano - e sono precario da 11 anni. Dopo tre anni di co.co.co., ho avuto un contratto a tempo determinato. Nei nostri laboratori sono 90 i lavoratori a tempo indeterminato e 180 i precari, senza i quali si bloccherebbe la ricerca. Anche la responsabile della sede della Sardegna è precaria, le rinnovano il contratto di anno in anno». Stefano, però, non si lamenta troppo: «Il mio è un precariato di lusso, da quando sono a tempo determinato non ho fatto un giorno di stacco, i miei colleghi co.co.co. sono stati a casa anche sei-otto mesi». Valentina, del centro di ricerca di patologie vegetali, è precaria da 20 anni: ha sperimentato ogni forma di contratto e molteplici stacchi. Durante un periodo senza lavoro ha avuto anche una gravidanza e si è ritrovata con zero tutele.

L’Iss occupato. Fa un certo effetto entrare dentro l’Istituto superiore di sanità e leggere il cartello: «Iss occupato». Un’assemblea di circa 200 lavoratori ha deciso per il presidio permanente dell’aula magna, quando, a novembre, iniziavano a circolare voci di un possibile dietrofront del ministro Beatrice Lorenzin sull’assunzione di 230 precari (sono 530 in tutto) con un emendamento alla legge di Stabilità. «Noi all’inizio di quest’anno abbiamo promosso un ricorso con 350 partecipanti, l’istituto, preoccupato, ha voluto trattare - spiega Claudio Argentini, sindacalista Usb - Così abbiamo pensato ad un percorso stabilizzazioni da attuare in un paio di anni. Era tutto pronto: un emendamento alla legge di Bilancio da 11 milioni». Poi però il patatrac del referendum e del governo dimissionario che approva il bilancio in tre giorni e, posta la fiducia, blocca ogni discussione possibile al Senato. «Ci siamo rimaste malissimo - spiegano Valentina e Cecilia, entrambe over 40 e precarie ultradecennali - Siamo felici perché facciamo il lavoro che amiamo, per cui abbiamo studiato, ma se potessimo tornare indietro andremmo a lavorare all’estero». Ora il ministro ha promesso di nuovo l’assunzione dei 230 precari all’interno del decreto Omnibus che dovrebbe essere approvato il 29 dicembre, dove dovrebbero rientrare anche i 350 precari Istat che hanno subito la stessa sorte in sede di Bilancio.

Il precario “sine die”. I precari dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) vengono dalla celebre lotta sul tetto del 2009: oltre 50 giorni passati in cima all’istituto che hanno portato all’assunzione di circa 400 di loro. Ne restano “solo” 130, ma con anzianità, anche in questo caso, ultradecennali. «Sono in Ispra dal 2001 come co.co.co. - spiega Pierpaolo, precario di 42 anni - dal 2005 sono passato a tempo determinato con il rinnovo di anno in anno, poi nel 2008, invece di stabilizzarmi mi hanno fatto un contratto senza scadenza. Ero un paradosso burocratico, dopo 5 anni hanno deciso che la formula decadeva e mi hanno riassimilato a tempo determinato con rinnovi annuali. Ora mi rinnoveranno, probabilmente, per sei mesi».

Il mutuo impossibile. Marco è uno dei 250 ricercatori precari dell’ex Isfol, dal 30 novembre Inapp. Dopo un periodo da co.co.co. tra il 2006 e il 2008, ha vinto un concorso per un posto a tempo determinato. Poco tempo fa ha provato a chiedere un mutuo e insieme a una caterva di no, si è sentito dire: «Però se l’istituto garantisce la continuità dei contratti...». Naturalmente l’ente non ha garantito nulla: lui e gli altri precari scadranno nel 2020, quando qualcuno supererà i 20 anni di tempo determinato. Ma nessuno sa se quei contratti verranno rinnovati. La vita dei precari, d’altronde, è flessibile: si ragiona giorno per giorno, al massimo mese per mese. Anche a 40 anni suonati.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google