Usura e incendi minatori Ecco la verità delle carte
I rapporti di Polizia e Finanza raccontano il legame criminale tra Ambrisi e Bonini I due imputati di Castellarano e Casalgrande accusati di soldi prestati a strozzo
CASALGRANDE. Rocco Ambrisi viene da Castellarano ed è il cattivo, quello che arriva da una famiglia discussa a Sassuolo per i modi burberi e violenti di porsi. Adamo Bonini viene da Casalgrande ed è invece il lavoratore, proprietario di locali gastronomici, un uomo che «lavora anche 20 ore al giorno» dice il suo avvocato Luca Brezigar. Insieme, però, sono i protagonisti dell’operazione “Intoccabili”, condotta da Polizia di Stato e Guardia di Finanza, che in una dettagliata informativa inviata alla Procura di Modena svelano almeno dieci anni di vicende torbide, tutte da dimostrare davanti ad un giudice, ma emblematiche di una situazione ai limiti della legalità. I due sono considerati la mente e il braccio del sistema di prestiti a usura e estorsioni tra piccoli negozianti sassolesi.
Si parla infatti della «presenza di un collaudato sodalizio prevalentemente composto da soggetti di origini irsinesi e pugliesi, finalizzato alle estorsioni, all’usura e alla corruzione. Sodalizio operante nella provincia modenese e reggiana (ed, in particolare, nel distretto ceramico tra i comuni di Sassuolo, Fiorano, Casalgrande e Castellarano) e all’interno del quale ricoprono un ruolo fondamentale Ambrisi e Bonini».
«Fai quello che ti diciamo noi altrimenti finisci dentro un tombino…», denuncia una vittima di usura riferendo le parole di Rocco Ambrisi, a cui doveva diverse migliaia di euro, prestati per tamponare una situazione economica traballante a causa della passione per il gioco d’azzardo. Soldi a strozzo che l’uomo delinea così: 25mila euro quelli prestati, da restituire in cinque mesi a cui aggiungere 27.500 euro come interessi. È il 2007, ma da quel momento i fascicoli d’indagine che sfiorano Rocco Ambrisi e Adamo Bonini, sono 13.
Ci sono, ad esempio, degli strani incendi, che si sviluppano tra il 2006 ed il 2007 e distruggono tre autovetture di grossa cilindrata a cui va sommato un attacco dinamitardo ad un capannone di Maranello. Tutti i beni appartengono alla stessa famiglia che, parlando con i magistrati e gli investigatori, ipotizza possa esserci la regia di Ambrisi. Tesi, va specificato, che non ha riscontri definitivi, ma che entra nel quadro generale tracciato da Polizia e Finanza. Il motivo? Questioni di concorrenza nel settore meccanico con Ambrisi che ha un’azienda molto attiva così come quella dei “rivali” di Maranello.
Usura, messaggi trasversali e poi l’uso della violenza a chi non vuole adeguarsi alle direttive. Lo racconta un’altra vittima, picchiata da Ambrisi davanti a diversi testimoni. La sua colpa è quella di non essersi voluto licenziare dall’azienda per cui lavorava e sulla quale c’era la gestione - attraverso prestanome - dei due amici sassolesi. «Erano, infatti, questi ultimi - scrivono gli investigatori - che decidevano effettivamente le attività da compiere riguardanti la gestione della società». Il giovane, dopo una sollecitazione telefonica, si presenta nell’azienda di trasporti del Reggiano e viene subito aggredito da Ambrisi, che lo colpisce. Mentre viene trattenuto a forza dagli altri testimoni minaccia il ragazzo di morte, brandendo una graffettatrice o una forbice. Ma se Ambrisi è il cattivo, Bonini è la mente più lucida, colui che tiene rapporti con le istituzioni, le banche e anche l’Inps.
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