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«Reggio Emilia? È ancora troppo provinciale»

«Reggio Emilia? È ancora troppo provinciale»

L’agenda 2017 della Gazzetta, il sociologo Vanni Codeluppi: «Serve il coraggio di chiudere i progetti. Unindustria da sola? Una scelta anacronistica»

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REGGIO EMILIA. «Sono molto attaccato a Reggio. Ma c’è un dato oggettivo: è una città ancora troppo provinciale». Gli spunti ci sono. Ma il rischio è che l’innovazione resti solo uno slogan. Ne è convinto il sociologo e docente universitario, Vanni Codeluppi, commentando l’inchiesta sull’Agenda 2017 di Reggio, alle prese con dieci questioni rimaste ancora aperte. «Reggio è cresciuta molto. E per questo ha una serie di problemi organizzativi e gestionali».

Professore, quale la priorità in questo 2017?

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«Io direi che si debba partire dall’economia. Reggio ha cominciato un percorso di riconversione da una struttura industriale fatta di piccole aziende meccaniche verso qualcos’altro. Anche altre città lo hanno fatto. Penso a Torino. Ma Reggio è indietro. Riconvertirsi significa cambiare natura della città per puntare ad un’area economica diversa, che ha a che fare con turismo, cultura, università, formazione e un tessuto allargato che produca start up. È un processo complesso, ma credo che qui l’innovazione non abbia ancora portato risultati».

Secondo lei perché?

«A Reggio siamo ancora a livello degli investimenti. Ma i risultati sono pochi. Sono operazioni complesse, che ruotano attorno a un intero sistema. E la città non riuscirà ad avere risultati se non riesce a mettere a sistema tutti gli elementi nel suo complesso. Non solo economici, ma anche sull’ambiente urbano, sulla qualità della vita e soprattutto in termini di capitale umano. La letteratura scientifica dimostra che le città creative sono quelle in cui vivono persone creative, formate, che hanno non solo talento, ma anche stimoli dall’ambiente. Sono le persone i soggetti in grado di fare innovazione».

E Reggio? Ce la può fare?

«C’è un ritardo dovuto a fattori storici, che si è accumulato, legato ad uno sviluppo agricolo e di piccole aziende che non avevano risorse nè cultura per il salto di qualità. Il risultato è che Reggio è ancora provinciale. Si pensi a Unindustria. La scelta di restare sola è anacronistica. In un processo di unificazione, Reggio sola è un vaso di coccio. Questo denota la provincialità del mondo economico reggiano».

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La sanità però, considerata un’eccellenza, va verso la fusione...

«Sicuramente ci potrebbero essere vantaggi, ma non è detto. Siamo di fronte a un processo che riguarda l’Italia e l’Europa, creando strutture di territorio come le case della salute. Il percorso deve però sposarsi con una filosofia di assistenza alle persone. Ma, oltre alla sanità, Reggio ha investito anche nelle scuole dell’infanzia. Credo però faccia poco per altri livelli di formazione, in carico allo Stato, ma dove la città dovrebbe fare sforzi maggiori».

Tipo?

«L’università. La città l’ha voluta ma ha dimenticato il contributo che può offrire, anche a livello identitario».

Un’identità che manca?

«Ci sono potenzialità da sfruttare meglio. Certo occorre capire qual è l’identità su cui investire. Bisogna che la politica in generale sia in grado di compiere scelte, costruendo un’identità che sia richiamo anche per l’esterno. Si pensi a Parma. Ha investito sulla Food Valley, sui musei. Noi abbiamo la statua di Ariosto dimenticata ai giardini. Reggio ha provato tante strade. Bisogna decidere su cosa puntare. E la scelta deve essere fatta consultando la comunità. La questione non è rimandabile».

Da dove partire?

«Faccio l’esempio del mercato coperto. Tutte le città puntano sui mercati restaurati. A Reggio ci hanno puntato per un grande magazzino di abbigliamento, invece la struttura, molto bella, potrebbe essere rivalutata per il cibo. Progetti come questo partono dalla chiarezza di un’identità, per una città in cui tutto sommato ancora si vive bene. C’è molto da fare. La Reggia di Rivalta dimostra che dietro i progetti le risorse si trovano. Proprio per Rivalta, la cifra è consistente, quasi una follia di fronte ad una reggia ormai persa. Credo che fare scelte voglia dire puntare su strumenti per raggiungere risultati. Ci sono progetti di cui sento parlare da decenni. Certo sono impegnativi. E forse sarebbe motivante anche per la città chiudere quei progetti che non si riescono a portare a termine e farne di nuovi per fare una politica che sia percepita come davvero innovativa». (e.spa.)

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