Reggio, se il provincialismo è periferico
Il presidente Unindustria: «Provinciali? È un valore». Il manager Meglioli: «La classe dirigente non coglie le centralità»
REGGIO EMILIA. Il sintomo principale è stato individuato nel provincialismo, indicato come il tratto distintivo dell’attualità reggiana, alle prese con un’innovazione ancora in divenire. Ma il rimedio cambia sulla base delle diverse prospettive. E c’è anche chi vede nel provincialismo una caratteristica non necessariamente negativa. Il dibattito sull’Agenda 2017 di Reggio Emilia si allarga. E dopo l’intervento del sociologo, Vanni Codeluppi, la discussione chiama ora in causa anche altri soggetti, impegnati su campi diversi. A partire dal presidente di Unindustria, Mauro Severi, tirato in ballo proprio dal sociologo e docente universitario, che ha indicato nella decisione dell’associazione degli industriali di non procedere ad un percorso di fusione come uno dei segnali più evidenti di una mentalità provinciale.
«In un processo di unificazione – ha spiegato il sociologo – Reggio da sola è un vaso di coccio. Questo denota la provincialità del mondo economico reggiano». Una lettura che ovviamente Severi non condivide, rivendicando invece il provincialismo come un valore: «È chiaro che, sotto alcuni aspetti, tutta l’Emilia può essere provinciale – afferma il numero uno degli industriali – ma non sempre essere provinciali è un segno negativo. E penso che lo dimostri anche il valore delle nostre imprese, radicate ma con un respiro internazionale. In questo caso, penso che il provincialismo possa essere considerato un valore».
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Più che sulle singole realtà produttiva, tuttavia, secondo Codeluppi il sintomo del provincialismo era dettato soprattutto dalla decisione di Unidustria di non procedere verso una fusione con realtà vicine, a differenza di quanto avvenuto tra Bologna, Modena e Ferrara, che invece hanno dato vita a Confindustria Emilia, creando così la seconda realtà manifatturiera d’Italia con 3.200 imprese.
«È inesatto dire che noi vogliamo stare da soli – spiega tuttavia Severi – Noi siamo un’associazione che dà servizi al proprio territorio. E riteniamo di metterci in rete, che corrisponde a idee di fusione. Ma la differenza è che non mettiamo in fusione il patrimonio o il personale. Collaborare con altre associazioni però non vuol dire restare soli».
Per il presidente Unindustria, inoltre, «esiste una federazione regionale e ci sono strutture di collegamento. Abbiamo ottimi rapporti anche con la nuova associazione nata tra Bologna, Modena e Ferrara. Ma gli imprenditori di Unindustria Reggio hanno fatto una scelta diversa. Le operazioni di fusione erano nate nell’ottica di quanto sarebbe avvenuto alle province. Aspettavamo di capire cosa potesse succedere. Adesso il nostro obiettivo è essere al servizio delle imprese del territorio e pensiamo di poterlo fare senza fusioni, ma ricercando collaborazioni e messe in rete dei servizi».
Se per il mondo degli industriali il provincialismo non è quindi necessariamente un fattore negativo, nel mondo della cultura e dello spettacolo si fa strada invece il concetto di “periferia”. È questo il termine usato da Roberto Meglioli, manager della Medials Live reduce dai successi del Lime Theater allestito fra i padiglioni delle fiere.
«Reggio non è provinciale - afferma – piuttosto è periferica, che è tutta un’altra roba. Nel senso che non coglie di essere al centro e non coglie le cose che accadono al suo esterno. Storicamente Reggio ha avuto una funzione ininfluente, un po’ Parma e un po’ Modena. Ma geograficamente è sempre stata negli incroci giusti».
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Per Meglioli, basta considerare le principali strade di collegamento che attraversano il nostro territorio: «Reggio si trova tra Sassuolo, Casalgrande e il Brennero, tra Milano e Firenze, in una posizione che rappresenta un crocevia culturale importantissimo. È per questo che negli anni ‘80 i tour rock passavano tutti qui. Era Bologna ad essere provinciale, non concedendo il suo palasport a differenza nostra. Nè si può dire che eccellenze come ad esempio la collezione Maramotti siano segno di provincialismo. C’è però in Reggio anche una componente periferica, che è quella espressa dalla classe dirigente, che in realtà sembra dirigere poco o nulla, e alla quale manca una visione realmente innovativa, che secondo me significa principalmente consentire a chi ha idee e azioni divergenti ma valide di poterle affermare. Altrimenti si innova davvero poco». (e.spa.)
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